di Irene de Arcangelis
La Repubblica, 14 giugno 2022
Era detenuto a Milano, al 41 bis. Aveva 49 anni, ancora non note le cause della morte. Era erede e primo dei dieci figli del boss Paolo di Lauro Ciruzzo ‘o milionario.
Genny Savastano. Anzi no. Cosimo Di Lauro. Uno finto l’altro vero. Il primo di fama internazionale, il secondo, quello vero, potentissimo (fino all’arresto) con un bilancio da milioni di euro in traffico di stupefacenti al mese. Il boss dai mille soprannomi, il fascino della crudeltà che viene sospettato di aver fatto rapire, torturare e uccidere una giovane indifesa, Gelsomina Verde, colpevole di essere stata fidanzata con un nemico del clan. Prima condannato, poi assolto, non ammise sue responsabilità nel delitto, ma risarcì la famiglia con la somma di 300mila euro.
L’ultimo narcos dei Di Lauro - Giovane e bello, tenebroso e senza scrupoli anche verso il padre Ciruzzo ‘o milionario. Fonte infinita di spunti per una fiction estrema che diventa la storia di Genny Savastano. Ma intanto quella storia finisce e nel peggiore dei modi. Prima la mente che si ottenebra, il fisico che si abbandona alla sporcizia e alla trascuratezza. Poi ieri, a soli 48 anni, la morte in cella nel carcere di Opera (Milano). Cosimo di Lauro “il principe”, lo “zoppo” (ma era solo un’andatura irregolare) e poi il “designer don” a causa del suo amore per il lusso eccentrico ha probabilmente chiuso gli occhi su una mente che, a dire dei suoi avvocati, aveva già perso ogni equilibrio.
Scampia, due donne assistono a delitto della faida - Non ricordava più nulla del passato di milionario criminale. Nulla della sua tracotanza dei tempi d’oro della camorra di Scampia (finanche lo sguardo volto alle telecamere durante l’arresto) era rimasto nell’uomo che spaccò in due la camorra di Napoli Nord. Dice di lui ora il suo avvocato Saverio Senese: “Ormai non rispondeva alle domande, era sempre sporco, assente; sin dall’inizio ho sempre avuto la sensazione che fosse uno squilibrato. Durante i colloqui mi fissava ma dava la sensazione che non fosse in grado di comprendere. L’autorità giudiziaria riteneva stesse fingendo. Se così è stato allora era anche un grande attore...”.
Un patto fra Cosa nostra e Camorra per rifornire di cocaina la Palermo bene - E infatti i legali avevano chiesto ai giudici della terza Corte d’Assise di Napoli di “sospendere il giudizio e di disporre una perizia psichiatrica” per accertare “le condizioni di salute psicofisica” e la capacità “di stare coscientemente al processo”. “Assume dosi massicce di psicofarmaci somministrati da anni come a un paziente psichiatrico”, avevano scritto.
Per i legali non doveva restare in prigione, e doveva essere sottoposto a cure specifiche. Oltre dieci anni fa, il 15 gennaio 2008, la prima perizia di parte dimostrava che “le attuali condizioni di salute, lungi dall’essere nate improvvisamente o per effetto di una simulazione, ma siano piuttosto il risultato di un lento processo”. I medici elencavano ansia, disturbi mentali e comportamenti bizzarri “come ridere a crepapelle anche nel cuore della notte”.
Napoli, colpo al clan Di Lauro - Una morte, quella di Di Lauro, comunque avvolta nel mistero vista l’età del boss. Per questo la Procura di Milano ha aperto una inchiesta. Disposta l’autopsia e gli esami tossicologici per non escludere alcuna possibilità, dalla morte naturale all’avvelenamento. Se ne va il capoclan più giovane e famoso di Napoli, in carcere dal 2005, quando venne stanato nel buio di uno sgabuzzino di casa di una settantenne nel quartiere fortino del Terzo Mondo. Quasi vent’anni in carcere, tre ergastoli, gli omicidi commessi durante la faida di Scampia, da lui voluta per svecchiare il clan ed eliminare i fedelissimi del padre. E intanto con il potere va via la lucidità e la consapevolezza di essere stato uno dei narcos più crudeli e potenti di Napoli.











