di Elena Dusi
La Repubblica, 6 febbraio 2023
L’anarchico in sciopero della fame ha scritto di non volere l’alimentazione forzata. La Costituzione e il codice deontologico gli danno ragione. Mario Riccio (associazione Luca Coscioni): “Non credo che il suo sciopero sia totale, 108 giorni sono troppi. Ma ora rischia un arresto improvviso del cuore o di scivolare gradualmente nell’incoscienza”. Filippo Anelli (Fnomceo): “Ma la vita dovrebbe venire prima di tutto”.
“Mi opporrò con tutte le mie forze all’alimentazione forzata. Saranno costretti a legarmi nel letto”. Il biglietto scritto a mano da Alfredo Cospito, datato 12 novembre 2022 e consegnato dall’anarchico in sciopero della fame al suo avvocato, mette i medici in una posizione difficile. Come dovranno comportarsi ora, in caso di aggravamento delle sue condizioni di salute?
“Rispettare la volontà del paziente” - La costituzione e il codice deontologico dei medici sono chiari. “Nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario se non per disposizione di legge” prevede l’articolo 32 della nostra Carta. L’articolo 51 del codice che regola il comportamento dei medici si mantiene su questa linea: “Quando una persona sana di mente rifiuta di nutrirsi, il medico ha il dovere di informarla sulle conseguenze”. Se chi sciopera decide di insistere, “il medico non deve assumere iniziative costrittive”, ma deve “continuare ad assisterlo”.
Dopo 108 giorni di sciopero della fame, i medici del carcere di Opera e il tribunale di sorveglianza di Milano cominciano a prepararsi all’eventualità di un aggravamento. Se Cospito, 55 anni, dovesse peggiorare, sono pronti a trasferirlo al reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo. Questo, però, non vuol dire necessariamente alimentarlo a forza. Anche perché la difesa ha presentato una diffida al ministero della Giustizia e al Garante: in caso di peggioramento della sua salute, non vogliono che venga sottoposto a trattamenti forzati.
Cosa potrebbe accadere a Cospito - “Dal punto di vista medico possiamo immaginare due scenari” ragiona Mario Riccio. Il primario di rianimazione all’ospedale di Casalmaggiore (Cremona) è in pensione da pochi giorni, ma continua a lavorare al 118 e fare guardie in ospedale. Membro dell’associazione Luca Coscioni, nel 2006 ha aiutato Piergiorgio Welby a morire. E’ stato per questo processato, poi assolto. “Dopo un lungo sciopero della fame il cuore può fermarsi all’improvviso, perché è un muscolo e senza benzina non può più lavorare. A soffrire per la carenza di zuccheri, altrimenti, potrebbe essere per primo il cervello. In quel caso il paziente perde gradualmente coscienza, mostra torpore e sopore, entra in una sorta di coma”.
Un medico che rispetti il codice deontologico non dovrebbe intervenire. “Di fronte a un collasso cardiocircolatorio, in realtà immagino che si tenti di rianimare il paziente” prosegue Riccio. “Ma il cuore resta senza benzina. È difficile che riprenda a battere. E sarebbe comunque troppo tardi per tentare una nutrizione in extremis”.
I possibili spiragli - Il secondo scenario - un declino lento delle capacità cognitive - è invece quello che porrebbe i medici di fronte agli interrogativi etici più pressanti. “L’articolo 32 della Costituzione parla chiaro. Non possiamo fare niente” conferma Filippo Anelli, presidente della Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo) e membro consultivo del Comitato nazionale di bioetica. “Ma ci sono due possibili spiragli. Il paziente in sciopero della fame potrebbe essere salvato se a ordinarlo fosse un magistrato e se un comitato etico ad hoc si esprimesse in tal senso, di fronte a un ammorbidimento della volontà del paziente”. In questo caso, spiega Anelli, il medico avrebbe la facoltà di superare la volontà di Cospito. “Oltre al principio della Costituzione, c’è infatti quello della salvaguardia della vita. Tutto deve essere fatto per preservarla. Quanto al 41 bis, superare le rigidità del nostro ordinamento in questo caso non sarebbe cedimento, ma tutela di un valore assoluto come appunto quello della vita, che dovrebbe venire prima di tutto in un paese civile che mira alla rieducazione dei detenuti”.
La nutrizione forzata come tortura - La nutrizione coatta per interrompere uno sciopero della fame, praticata in passato dagli americani con i sospetti terroristi di al-Qaeda detenuti a Guantánamo e discussa a livello di legge dagli israeliani alle prese con i prigionieri palestinesi, è condannata dalla Dichiarazione di Malta sugli scioperi della fame del 1991, adottata dalla World Medical Association. Nel caso di Guantánamo, la commissione per i diritti umani dell’Onu ha espressamente definito come “tortura” la pratica di nutrire i detenuti tramite un sondino naso-gastrico inserito a forza.
“La nostra sensibilità è cambiata con il tempo” ricorda Riccio. “Quando andavo all’università, i professori mi spiegavano come superare le resistenze dei testimoni di Geova di fronte alle trasfusioni: sarebbe bastato attendere che diventassero troppo deboli per difendersi, poi avremmo potuto inserire l’ago nel braccio. Ora non ragioniamo più così. Se anche facessimo una flebo a un Cospito incosciente, cosa faremmo al suo risveglio, qualora lui se la strappasse?”.
Il ruolo degli integratori - Il dibattito, in assenza di dati certi sulla salute di Cospito, resta teorico. Ma con 108 giorni di sciopero della fame a incidere sull’organismo, c’è il timore che si possa salire di livello. “Una cosa è certa” spiega Riccio. “Un digiuno così lungo non può essere stato totale. Per vivere un essere umano ha bisogno almeno di tre elementi, proteine, grassi e carboidrati. Non bastano nemmeno gli integratori, se con questo nome si intendono vitamine e sali minerali. Esistono invece preparati liquidi che forniscono i nutrimenti necessari, dei brick usati in particolari tipi di pazienti debilitati. Anche le persone in coma possono vivere indefinitamente, grazie alla nutrizione artificiale”. Riccio, da frequentatore della galassia Radicale, conosce gli storici digiuni di Marco Pannella, “che si nutriva di cappuccini (con il latte che contiene proteine, zuccheri e grassi) e beveva la propria urina, finendo pesantemente debilitato”. Ma nel caso di Cospito precisa: “Non conosco i dettagli della sua alimentazione. E anche se riprendesse a mangiare, dovrebbe farlo con cautela. Uscire da un lungo periodo di digiuno è una procedura delicata, che ha bisogno dell’assistenza di un medico. Altrimenti anche un pasto normale rischierebbe di rivelarsi fatale”.









