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di Giuliano Foschini, Fabio Tonacci

La Repubblica, 7 febbraio 2023

Esclusivo: la relazione di servizio della Polizia penitenziaria inviata a Nordio e finita nella disponibilità di Donzelli. Il detenuto: “Mi hanno messo al 41 bis per la mia ideologia. La Fai non è mafiosa e io non sono il capo”.

Nessun “inchino”, per usare le parole del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Piuttosto un monologo, l’ennesimo, di Alfredo Cospito. Repubblica è in grado di ricostruire cosa è successo il 12 gennaio quando quattro parlamentari del Partito democratico (Andrea Orlando, Debora Serracchiani, Walter Verini e Silvio Lai) sono stati 48 minuti nella sezione del 41 bis presso il carcere di Bancali per incontrare l’anarco-insurrezionalista. E, incidentalmente, anche i tre boss mafiosi che con Cospito condividono l’ora di socialità. La cronaca di quell’incontro è contenuta nelle due pagine della relazione di servizio del Gruppo operativo mobile (Gom) della polizia Penitenziaria, datate 12 gennaio 2023 e finite nella disponibilità del deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli che le ha usate per il suo intervento in Aula contro l’opposizione. Nonostante l’atto contenesse informazioni sensibili e facesse parte di un plico “a limitata divulgazione”. Sostiene dunque Delmastro: “Invece di montare polemica su questo, il Pd spieghi il suo inchino ai mafiosi durante la visita in carcere” . Ma davvero le cose sono andate così? A giudicare da quanto è riportato nel documento, no.

Di Maio riconosce Orlando: “Ora siamo inguaiati” - Alle 11.25 della mattina la delegazione è davanti alla cella n. 24, quella di Cospito. Il quale si affaccia al cancello. “Io non ho niente da dire se prima non parlate con gli altri detenuti, solo dopo avrò qualcosa da dire”, fa lui. I poliziotti del Gom annotano tutto. “A tale frase la delegazione si affacciava alla camera di pernottamento numero 25 ove è allocato il detenuto al 41 bis Francesco Di Maio (boss dei Casalesi, ndr), che salutava la delegazione e riconosceva l’onorevole Orlando quale ex ministro della Giustizia”. Di Maio in quel momento esclama: “Ora siamo inguaiati”. Il tono e la circostanza fanno pensare e annotare questo all’operatore in ascolto. “Probabilmente intendeva dire che prima, nel periodo in cui Orlando era ministro, si stava meglio, mentre ora si sta peggio”.

Il confronto coi tre mafiosi - E’ Di Maio il più loquace. Parla per qualche minutO coi quattro parlamentari e così il Gom riassume il contenuto del discorso: “Riferiva alla delegazione che il regime del 41 bis equivale alla condanna a morte in quanto non c’è la possibilità di difendersi, essendo giudicati dal Tribunale di sorveglianza di Roma e non da quello del posto ove si è detenuti, che a suo dire conosce i detenuti. Vero è che non è uno stinco di santo, ma lui faceva parte di un’associazione vent’anni fa, mentre ora non c’è più nulla. L’unico modo per uscire dal 41 bis è collaborare con la giustizia, ma lui non ha più nulla da dire e quindi non può collaborare”. Mentre il casalese sta ancora esponendo il suo punto di vista, una parte della delegazione si sposta davanti alle camere 22 e 21, dove sono reclusi Pino Cammarata e Pietro Rampulla. Cammarata, al 41 bis da 22 anni (“viene rinnovato con motivazioni fotocopia!”, si lamenta) dice di avere difficoltà ad essere curato adeguatamente, soprattutto per le visite esterne che richiedono molto tempo. Rampulla si limita a specificare di essere nel regime del carcere duro da 30 anni.

“Non parlo, siete del partito di Cartabia” - Dopo aver parlato coi tre mafiosi, la delegazione torna davanti alla cella numero 24. Ma l’anarchico fa resistenza. “Cospito esordisce che non è molto predisposto a parlare”, si legge nella relazione di servizio. Il motivo è semplice e frutto di un errore: è convinto infatti che il decreto che lo ha messo al 41 bis sia stato firmato da “un’appartenente allo stesso vostro partito politico”. In realtà l’ex ministra Marta Cartabia non è del Pd e glielo fanno notare. “La delegazione spiega che la ministra della Giustizia è la giurista ex presidente della Corte costituzionale e che non appartiene ad alcun partito politico in quanto al governo come ‘tecnica’. Il detenuto prende atto e ammette di aver ‘toppato’ e quindi inizia a parlare”.

Il confronto, parte 1: “Nel carcere duro solo per la mia ideologia” - Dopo aver specificato di stare fisicamente bene e di essere seguito “benissimo” a livello sanitario, Cospito si lancia in un rosario di lamentele sulle sue condizioni detentive. Un monologo, lo definiscono i poliziotti della Penitenziaria. “In questo carcere non c’è un filo d’erba e ci sono detenuti che non vedono l’erba o un albero da vent’anni”, “la mia vita è in quasi totale isolamento”, “appena arrivato a Sassari, mi hanno sequestrato le foto dei genitori morti perché la Direzione pretende che siano vistate per avere la certezza di chi sono”, “è difficilissimo acquistare libri”, “non si può ricevere riviste (anarchiche, ndr)”. Alla fine, sostiene di essere lì al 41 bis solo per le sue idee. “Riferisce che quel decreto è stato fatto per la sua ideologia, e non per i fatti commessi, non per questo si definisce un non violento, avendo comunque preso un’arma per commettere un reato. Comunque, riferisce, ‘noi anarchici’, che ora conosciamo anche questo mondo (il carcere duro, ndr), non smetteremo di lottare sino a quando sarà abolito, precisando che sino ad ora non l’avevano fatto solo perché non lo conoscevano”.

Il confronto, parte 2: “Non sono il capo della Fai” - Di fronte ai quattro onorevoli, Alfredo Cospito (condannato a trent’anni per la gambizzazione del dirigente di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi e per le due bombe fatte esplodere all’ingresso della scuola allievi carabinieri di Fossano) ribadisce che “non vuole essere definito ora una vittima solo perché sta facendo lo sciopero della fame, e che sta protestando non per se stesso ma contro lo Stato e il sistema”. L’anarchico sa cosa si sta muovendo fuori, le manifestazioni e i gesti dimostrativi in giro per il mondo in sua solidarietà. “Continuerò la mia protesta fino alla fine, non ho niente da perdere”. Sulla Fai-Fri Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale, spiega: “Non siamo un’associazione mafiosa, siamo soggetti che seguono ideali e probabilmente nemmeno ci conosciamo. Come faccio io ad essere il capo di un’associazione, ad esempio la Fai-Fri, che ha sostenitori in tutto il mondo?”.

Il confronto, parte 3: “Prolungherò al massimo la protesta” - Scrivono ancora gli operatori del Gom: “E’ ben cosciente a cosa va incontro con il suo sciopero della fame e sostiene che la sua protesta può continuare ancora per molto, essendosi informato su tutti gli effetti e di come fare per prolungare al massimo i tempi della protesta”. Ultima annotazione del poliziotto, tratta da ciò che Cospito va dicendo ai quattro piddini: “Paradossalmente, ora definisce una fortuna l’applicazione del 41 bis nei suoi confronti perché altrimenti non l’avrebbe saputo descrivere e aggiunge che dov’era prima, nel carcere di Terni, era tranquillo, poteva scrivere libri ed esprimere le sue ideologie e il suo pensiero. Infatti scriveva libri che prima non si leggeva nessuno, mentre ora, con la risonanza mediatica, stanno leggendo in tanti”.

Dopo il “monologo” di Cospito (così è definito nella relazione di servizio), la delegazione se ne va. Sono le 12.13 quando lascia il reparto 41 bis del penitenziario di Bancali.