di Mario Di Vito
Il Manifesto, 13 maggio 2026
In cella sotto il livello del mare, l’anarchico ha l’acufene. L’avvocato: “Lui non è un capo”. Sotto accusa anche i legami con i due morti del parco degli Acquedotti. Con la consapevolezza di non avere la speranza dalla propria parte, entro la fine di questa settimana l’avvocato Flavio Rossi Albertini presenterà al tribunale di sorveglianza di Roma il ricorso per la revoca del rinnovo del 41 bis ad Alfredo Cospito. Il provvedimento è stato emesso dal ministero della giustizia lo scorso 30 aprile e ha aggiunto altri due anni di carcere duro ai quattro già scontati dall’anarchico negli abissi di Bancali di Sassari, in Sardegna, dove le celle sono sotto il livello del mare. E dove lui avrebbe ultimamente sviluppato una forma di acufene.
“Nelle motivazioni date dal ministero - dice al manifesto Rossi Albertini - c’è grande enfasi sulle mobilitazioni che ci furono quando il mio assistito era in sciopero della fame, ma a nostro avviso i termini sono del tutto inconferenti”. Cospito è considerato “leader” della Federazione anarchica informale, che sin dalla sua prima apparizione - nel 2003, con un pacco bomba inviato a casa di Romano Prodi a Bologna - è per gli inquirenti un’organizzazione terroristica. “Ma - prosegue Rossi Albertini - tanto per cominciare dobbiamo dire che la solidarietà verso Cospito non è arrivata solo dagli ambienti anarchici”. Da qui l’inconferenza.
La decisione di via Arenula, basata soprattutto sui pareri (tutti positivi al rinnovo del 41 bis) espressi dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e del dipartimento della pubblica sicurezza del ministero degli Interni, spende molte parole sull’evoluzione delle dinamiche dell’area anarchica e cita come esempio della sua pericolosità l’episodio che nel marzo scorso ha portato alla morte di Sandro Mercogliano e Sara Ardizzone (“soggetti molto vicini a Cospito”) in un casolare del parco degli Acquedotti di Roma. I due stavano preparando un ordigno, ma qualcosa è andato storto e l’esplosione li ha travolti. Secondo i pm di Roma, titolari dell’inchiesta, i due avevano in programma di fare un attentato a un posto di polizia delle vicinanze.
“L’elemento è suggestivo - spiega Rossi Albertini -, però ci sono delle sentenze che li riguardano e che pure dovrebbero essere tenute in considerazione”. Al processo Scripta Manent di Torino, Mercogliano - che insieme a Cospito ha scontato quattro anni di carcere a Ferrara - è stato assolto dall’accusa di essere associato alla Federazione anarchica informale. E Ardizzone non è mai nemmeno stata accusata di farne parte: il collegamento con il detenuto al 41 bis, per lei, è nel cosiddetto processo Sibilla, andato in scena a Perugia per la pubblicazione di alcuni articoli su una rivista e finito con il non luogo a procedere per tutti i dodici accusati di istigazione a delinquere, tra cui anche Cospito.
“Nei provvedimenti si danno per acquisiti molti dati che però l’autorità giudiziaria ha smentito - dice ancora Rossi Albertini -. Questi esiti però non sono stati tenuti in considerazione. La pericolosità soggettiva di Cospito, che in nessuna sentenza viene considerato capo di qualcosa ma al massimo promotore di un’associazione a delinquere, è desunta soprattutto da due inchieste: Sibilla, quella di Perugia, e Bialystok, l’operazione fatta a Roma nel 2020”. Dove l’anarchico detenuto a Sassari era definito “capo” del gruppo del Bencivenga, uno squat dietro la Nomentana. Anche qui - sette persone arrestate - però l’accusa più pesante, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, non ha retto al vaglio dei giudici: che il fatto non sussistesse è stato stabilito sia in primo grado sia in appello. E la procura ha poi rinunciato al ricorso in Cassazione.
La Federazione anarchica informale, per il resto, non dà segni di vita dal 2023. L’ultimo attacco (rivendicato dalla sigla “Gruppo di Solidarietà Rivoluzionaria - Consegne a domicilio Fai”) è avvenuto nel febbraio di quell’anno: una bottiglia incendiaria al portone del tribunale di Pisa. Poi più nulla. Esiste ancora? Per gli inquirenti italiani sì. Ma è solo una deduzione basata su un documento del 2006. L’unico in cui il gruppo parla di sé. Nel testo si dà conto di una riunione tenuta a “Paperopoli”, che forse era Genova, con “Pippo, Paperino, Qui, Quo, Qua, Paperina, Nonna Papera e Archimede Pitagorico”. Otto persone mai identificate con precisione. E i condannati per aver fatto parte della Fai sono solo tre (Cospito, Anna Beniamino e Nicola Gai). Significherebbe che cinque non sono mai stati trovati. Fantasmi utili a continuare a raccontare la storia del terrore anarchico che minaccia la Repubblica.









