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di Elisa Chiari

Famiglia Cristiana, 13 novembre 2025

Colloquio con Luigi Pagano, una lunga esperienza da direttore nelle carceri. Qualche anno fa a Fossombrone, nel corso di un incontro con un giudice e un volontario in tema di legalità nel carcere di alta sicurezza, un detenuto che aveva l’aria di saperla lunga per età ed esperienza, sorridendo amaramente, osservò: “Adesso le chiamano camere di pernotto, perché fa più fine, ma sempre le stesse celle sono. Evitiamo ipocrisie e chiamiamole col loro nome”.

Il ricordo di quell’episodio introduce l’argomento del sovraffollamento, familiare a Luigi Pagano, già direttore di tante carceri in Italia, dai penitenziari di Pianosa e dell’Asinara negli anni Settanta-Ottanta, quando c’erano i terroristi, e convertite al 41 bis dopo le stragi del 1992; poi in giro per l’Italia, infine a Milano a San Vittore e a Bollate, autore del volume La rivoluzione normale (San Paolo). Un tema che mina alla base la speranza di attuare l’articolo 27 della Costituzione, il cui naufragio si constata nello scandalo dei suicidi in carcere, già 69 nel 2025. 

Dottor Pagano, lei usa la formula “corpi da stipare”. Perché?

“Perché solo in termini di metrature, per evitare sentenze della Cedu e sanzioni europee, è stato affrontato il tema dell’affollamento carcerario, che non è uniformemente distribuito, ma riguarda soprattutto la media sicurezza, quella in cui si trovano circa 50 mila dei quasi 63 mila detenuti italiani: da quando le stragi hanno concentrato l’attenzione sull’alta sicurezza, la media sicurezza è stata trascurata: è diventata la Cenerentola. Eppure è il settore dove il trattamento che si riesce a portare avanti fa la differenza in termini di sicurezza nella società di fuori, quando l’ex detenuto vi ritorna. Se non vogliamo parlare di umanità, parliamo di “utilità”: recuperare, significa abbattere la recidiva”.

Da quale prospettiva bisogna guardare il problema?

“Da quello della Costituzione, non solo dell’articolo 27 che parla della “rieducazione del condannato”: è difficile che non sia disumano, oltreché vano, un sistema in cui le persone private della libertà restano stipate nelle “camere di pernotto” che solo pernottamento non sono, senza fare nulla. Ma anche dal punto di vista dell’articolo 2 e dell’articolo 3, quello che dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza tra i cittadini”.

Come lo riconnette alle carceri affollate?

“Quando all’epoca di Cesare Beccaria, nel Settecento, il carcere da limbo in attesa di impiccagioni o di squartamenti, divenne luogo di detenzione come pena, fu un progresso. Oggi, a partire dal 1975, con la riforma dell’ordinamento penitenziario, stiamo andando nei fatti verso il superamento di questa istituzione obsoleta: la pena non è più il Moloch intoccabile del passato. Oggi in misura alternativa (concessa dal magistrato di sorveglianza) e in pena alternativa alla detenzione in carcere (concessa direttamente in sentenza) ci sono 100 mila persone, e 80 mila sono i cosiddetti “liberi sospesi”, quelli che attendono una decisione dai magistrati di sorveglianza, sempre più gravati di incombenze”.

Sono pochi, 250 in tutta Italia…

“Un problema, non l’unico. “Dentro” ci sono circa 20 mila persone che hanno uno o due anni di pena da scontare: fatti salvi i casi di pericolosità sociale, dovrebbero essere altrove, ma spesso non escono perché non hanno le condizioni (una casa, una famiglia, una rete sociale, un lavoro) che consentirebbero la liberazione anticipata o una misura alternativa. Mentre a monte del crimine in questi casi c’è spesso un problema sociale, di diseguaglianza, che andrebbe affrontato in termini di prevenzione e servizi (si pensi al caso dell’aggressione in piazza Gae Aulenti a Milano) anche per quanto riguarda le patologie psichiatriche, e invece si affronta solo in termini di ordine pubblico”.

Parla dei decreti Sicurezza e Caivano e delle circolari che negli ultimi giorni hanno complicato le procedure di ingresso anche alle associazioni che svolgono attività in carcere?

“Sì, perché è una contraddizione pretendere che una struttura che pone sempre più limiti ai rapporti con l’esterno poi possa anche reinserire. Tra “Sicurezza” e “Caivano” negli ultimi mesi sono aumentati i bambini in carcere fino ai 3 anni, perché al momento dell’arresto l’ingresso nell’Istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icaro) è residuale. Spesso sono ragazzine, anche loro vissute nel degrado: i piccoli prendono tutto come un gioco, ma chi ci dice che un domani non siano portati a replicare la strada? Avevamo cominciato a San Vittore a lavorare per chiudere il nido, e invece si torna indietro”.

Da dove parte la rivoluzione normale di cui parla nel libro?

“Dalle leggi che ci sono già, dall’articolo 6 dell’ordinamento penitenziario: ha senso chiamare la cella “camera di pernotto” se ci si va solo per riposare, mentre di giorno si studia, si impara un lavoro, si fa formazione, si recupera una vita sociale. Ma per questo servono spazi e persone”.