di Cesare Burdese*
Ristretti Orizzonti, 25 ottobre 2026
Succede che, nella stagione edificatoria carceraria in corso, la costruzione di un padiglione detentivo da 80 posti, destinato ad ampliare un Istituto penitenziario insieme ad altri sette Istituti, venga messa a gara con un progetto precedentemente sottoposto a un processo di revisione progettuale da parte della Commissione ministeriale per l’architettura penitenziaria.
Un lavoro volto a migliorarlo per avvicinarlo ai principi della Costituzione e alle acquisizioni più avanzate del dibattito architettonico internazionale sulla qualità ambientale, sul benessere psicofisico e sulla funzione risocializzativa dello spazio detentivo.
Succede che il direttore di quell’Istituto, in quella circostanza interroghi il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per sapere a quale tipologia di detenuti sia destinato il nuovo padiglione, e che gli venga risposto che non lo si sappia, ma che, comunque, il padiglione debba essere costruito e che poi si vedrà.
Si costruisce, dunque, senza sapere per chi, per quali esigenze trattamentali e secondo quale progetto di vita detentiva.
Ma c’è di più.
Si costruisce in un Istituto già fagocitato dal sovraffollamento e gravemente carente di spazi per le attività trattamentali senza che il problema dell’impatto di ulteriori 80 posti detentivi venga affrontato preventivamente.
Come se aggiungere detenuti fosse un’operazione puramente contabile, indifferente alle condizioni materiali della loro permanenza e alle risorse necessarie per rendere effettivo il trattamento rieducativo.
L’insediamento di quel padiglione sottrae inoltre spazi aperti all’interno del recinto penitenziario, compromettendone ulteriormente la disponibilità per attività trattamentali, ricreative, sportive e di socialità.
Si consuma così un paradosso: mentre si dichiara di voler migliorare la qualità abitativa del carcere e potenziare la risposta trattamentale, si riducono proprio quegli spazi che potrebbero contribuire al benessere psicofisico, alla vita collettiva e alla risocializzazione delle persone detenute.
Si aggiunga che, nello stesso Istituto, è prevista prossima la costruzione di un ulteriore padiglione da 120 posti.
Un’espansione complessiva che solleva interrogativi sempre più inquietanti sulla sostenibilità degli interventi, sulla disponibilità di spazi e servizi e sulla concreta possibilità di garantire attività trattamentali adeguate, imponendo una riflessione sulla stessa idea di carcere che guida una simile moltiplicazione di posti detentivi in un contesto già sovraffollato e carente di opportunità rieducative.
La forsennata corsa all’incarcerazione in atto, che investe anche la Giustizia minorile, rende questi interrogativi ancora più urgenti.
Le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio sulla possibilità di collocare minori in sezioni di istituti penitenziari per adulti alimentano la certezza che la risposta all’aumento della popolazione detenuta venga affidata non alla revisione delle politiche penali, ma esclusivamente alla moltiplicazione dei posti e all’intensificazione dell’utilizzo degli spazi esistenti.
La tendenza in atto a più incarcerazione e le dichiarazioni del Ministro Nordio, delineano uno scenario inquietante: celle progettate per ospitare una sola persona potrebbero finire per accoglierne due, o addirittura più, padiglioni pensati per contenere adulti che potrebbero un giorno accogliere anche minorenni.
È un rischio che non può essere ignorato né considerato una soluzione amministrativa accettabile.
Il rispetto della dignità, degli spazi personali e delle condizioni materiali di detenzione non è una variabile da comprimere per far fronte alla domanda di posti.
Né l’eventuale mancata irrogazione di sanzioni da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo potrebbe essere assunta come misura della legittimità o della qualità costituzionale del carcere.
Si aggiungono posti, ma si sottraggono possibilità di vita.
Si amplia la capienza, ma si restringono gli spazi, le risorse e le condizioni necessarie alla rieducazione, aggravando al contempo le difficoltà operative di tutto il personale penitenziario, chiamato a garantire sicurezza, gestione della quotidianità e percorsi trattamentali in contesti strutturalmente più complessi e potenzialmente inadeguati.
E si rischia così di confondere la capacità di contenere corpi con la capacità di assolvere una funzione costituzionale, dimenticando che senza condizioni ambientali, organizzative e professionali adeguate, anche il mandato rieducativo rischia di rimanere una mera enunciazione di principio.
Nel frattempo succede che, il solerte direttore dell’Istituto abbia ritenuto di dover apportare, in totale autonomia, sostanziali modifiche al progetto, guidato esclusivamente dai propri criteri di funzionalità penitenziaria.
Il risultato è lo snaturamento delle soluzioni architettoniche introdotte dalla Commissione ministeriale e il ritorno a un paradigma spaziale tradizionale, fondato sulla contenzione, sul controllo e sulla subordinazione della persona alle esigenze dell’apparato custodiale.
È questa la sorte riservata all’architettura quando viene sopraffatta dall’edilizia e l’elaborazione culturale viene sacrificata all’insipienza amministrativa.
Non siamo di fronte a una semplice controversia progettuale, né a una legittima esigenza di adattamento funzionale.
Siamo di fronte al fallimento di un percorso che avrebbe dovuto dimostrare come anche il carcere possa essere concepito e organizzato a partire dalla centralità della persona, dei suoi bisogni e dei suoi diritti, riconoscendo tale principio a chiunque viva e operi al suo interno: detenuti e personale penitenziario.
La questione è radicale: a che cosa serve investire risorse, competenze e lavoro di ricerca per migliorare l’architettura penitenziaria, se poi l’Amministrazione che la ha in carico può ignorarne le ragioni culturali e costituzionali, modificandola senza un confronto interdisciplinare e senza verificare le conseguenze sul benessere e sul trattamento delle persone detenute?
E ancora: quale razionalità può giustificare l’incremento della capienza di un istituto già sovraffollato, senza un’adeguata valutazione dei servizi, degli spazi comuni, delle aree all’aperto e delle risorse necessarie a sostenere la vita detentiva?
La capienza non può essere una cifra isolata dal contesto.
Ogni nuovo posto richiede spazi, attività, personale e opportunità trattamentali.
Diversamente, l’ampliamento diventa soltanto un moltiplicatore delle criticità esistenti.
L’architettura penitenziaria non è un involucro neutro, né una mera questione di distribuzione degli spazi.
È una componente materiale della pena: condiziona la vita quotidiana, la salute, i comportamenti, le relazioni e le opportunità di cambiamento.
Per questo non può essere ridotta a edilizia carceraria, né valutata esclusivamente attraverso parametri custodiali.
Da architetto impegnato da decenni nel tentativo di far crescere, nel nostro Paese, un fronte culturale capace di rinnovare radicalmente il modo di pensare e progettare il carcere, considero questa vicenda emblematica e allarmante e non posso astenermi dallo stigmatizzarla.
Essa dimostra quanto sia fragile ogni avanzamento quando non è sostenuto da una cultura istituzionale condivisa, da competenze adeguate e dalla consapevolezza che la Costituzione deve orientare non soltanto le norme e le intenzioni, ma anche la forma concreta degli spazi nei quali la pena viene eseguita.
La stessa sorte toccherà ai restanti padiglioni, continuando gli interventi ad essere valutati in termini di posti detentivi da realizzare, anziché sulla base della qualità degli spazi, della loro compatibilità con il contesto esistente e della loro capacità di contribuire alla funzione costituzionale della pena.
Così, l’opportunità di ripensare l’architettura carceraria secondo un paradigma diverso andrà perduta, lasciando spazio, ancora una volta, alla riproposizione di modelli del passato, come se fossero inevitabili.
Continueremo a costruire nuovi posti detentivi, senza costruire alcun futuro.
Avremmo finanziato edifici, non innovazione; moltiplicato le strutture, non le possibilità di risocializzazione; consumato risorse pubbliche per perpetuare un modello che la cultura architettonica più avanzata, le scienze del benessere e i principi costituzionali ci chiedono di superare.
Il problema non è soltanto chi progetta il carcere, ma quale cultura governa il progetto.
E finché l’architettura resterà subordinata alle logiche dell’edilizia penitenziaria di sempre, la ricerca alla routine amministrativa e la Costituzione estranea alla concretezza dello spazio detentivo, ogni promessa di rinnovamento sarà tradita prima ancora che le porte del nuovo padiglione vengano aperte.
Non basta costruire nuove carceri.
È necessario promuovere un cambiamento profondo nell’approccio alla detenzione, superando modelli ormai inadeguati e ripensando gli spazi penitenziari come contesti in cui benessere, tutela dell’integrità psicofisica, legami umani e reinserimento sociale possano trovare concreta realizzazione, per chi è ristretto come per chi vi lavora.
Occorre soprattutto interrogarsi sulle politiche che producono il bisogno di nuovi posti, anziché considerare l’espansione della detenzione una risposta inevitabile.
Altrimenti, anche il futuro sarà soltanto una replica, in cemento armato, del passato.
*Architetto









