di Gabriele Della Morte
Il Domani, 26 luglio 2025
La scelta degli Stati Uniti di uscire dall’organizzazione riapre l’annoso dibattito sul multilateralismo. L’Italia è certamente più nota per il potere dispiegato attraverso il soft power che per quello hard. Basterebbe questo per comprendere sino a che punto il multilateralismo andrebbe difeso alle nostre latitudini. “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono essere costruite le difese della pace”. Il preambolo dell’atto costitutivo dell’Unesco (l’organizzazione delle Nazioni unite per l’educazione, la scienza e la cultura) è tra i più evocativi dell’intera galassia delle organizzazioni internazionali.
Redatto nel 1945 su iniziativa della Conferenza dei ministri dell’educazione alleati contro il nazismo (Came), l’atto è entrato in vigore l’anno successivo, e l’Italia vi ha aderito tre anni più tardi. Oggi l’Unesco conta ben 194 membri (tra i quali, dal 2011, lo stato della Palestina), oltre 12 membri associati (territori non responsabili delle proprie relazioni internazionali, come le Isole Caiman), uno stato osservatore (la Santa sede) e un unico stato non membro (Israele).
Un ente politico - Dotato di un personale di oltre 2.300 persone, e uffici dislocati in numerosi paesi, l’Unesco ha sede a Parigi, in un iconico edificio progettato da architetti internazionali, e persegue numerosi fini: la pace, la giustizia e la costruzione di società inclusive e sostenibili attraverso l’educazione, la cultura, la scienza, la cooperazione internazionale, con particolare attenzione al dialogo interculturale, l’accesso equo all’istruzione e alla conoscenza, e la tutela del patrimonio mondiale. Si tratta, come avrebbe osservato Rolando Quadri, di un ente eminentemente politico, in quanto sono “indeterminabili a priori le sue funzioni e le sue attività”. Deve essere precisamente questa caratteristica che ha condotto al recente annuncio, martedì 22 luglio, del ritiro degli Stati Uniti dall’Unesco entro la fine del 2026. La decisione segue di soli due anni la rinnovata adesione degli Stati Uniti all’organizzazione (seguente il precedente ritiro già effettuato nel contesto del primo mandato presidenziale di Donald Trump), e riflette, con vigore sempre più incisivo, la diffidenza, se non la manifesta ostilità, del nuovo corso presidenziale Usa a un modello di governance multilateralista.
Governance multilateralista - Secondo la portavoce del Dipartimento di stato, Tammy Bruce, l’Unesco risulterebbe colpevole di perseguire “un’agenda globale e ideologica”. E se per ragioni non troppo distanti gli Stati Uniti avevano già annunciato il ritiro dall’Organizzazione mondiale della sanità e dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite; in un precedente ordine esecutivo del 4 febbraio di questo anno si esprimeva l’intenzione di dismettere l’impegno Usa anche che per l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), e per l’Agenzia delle Nazioni unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente (Unrwa).
Ma a cosa si accenna, in concreto, quando si evoca lo spettro della governance multilateralista? A quell’insieme di processi, istituzioni, centri decisionali, che imbrigliando il potere esclusivo dello stato, ne limitano in diversi modi la capacità d’intervento a favore della protezione di interessi collettivi. In un’evocativa immagine Luigi Condorelli descriveva il fenomeno in questi termini: “Si potrebbe vedere il diritto internazionale [e delle Organizzazioni internazionali, NdA] come una sorta di grande ragnatela: ciascuno dei fili elastici che la compongono è di per sé molto debole, tanto che gli stati, che vi sono intrappolati, possono facilmente spezzarlo (a rischio, forse, di ritrovarsi ancora più stretti da un altro lato). Ma l’intreccio dell’insieme dei fili (ogni filo essendo agganciato agli altri) rende la tela sufficientemente forte e flessibile da impedire agli Stati di liberarsene, anche se ne hanno danneggiato la trama più o meno gravemente”.
La dipendenza degli Usa - Quanto la tela tessuta dall’Unesco in questi 80 anni dalla sua fondazione sarà in grado di sostenere, senza strappi significativi, il peso di questa decisione, sarà, ora, oggetto di scrutinio. La direttrice generale, Audrey Azoulay, ha già espresso “profondo rammarico” per la decisione (ricordando, tra l’altro, come essa penalizzerà le istituzioni statunitensi che collaborano con l’Unesco, come comunità candidate al patrimonio mondiale, città creative e università), ma ha altresì ricordato che essa non coglie l’organizzazione impreparata: negli ultimi anni l’Unesco ha rafforzato la propria struttura e diversificato le fonti di finanziamento, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti il cui contributo rappresenta solo l’8 per cento del bilancio totale, rispetto al 40 per cento di altre agenzie Onu.
Soft power italiano - Appare comunque evidente come l’intera vicenda rappresenti un segnale significativo - culturale, se non propriamente “educativo” - per la classe politica del nostro paese. Ottava economia del mondo, ma che non siede in Consiglio di sicurezza e non dispone di armamentari atomici, l’Italia è certamente più nota per il potere dispiegato attraverso il soft power che per quello hard (basti ricordare che attualmente detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista del patrimonio dell’umanità Unesco: 61). Basterebbe questo per comprendere sino a che punto il multilateralismo andrebbe difeso alle nostre latitudini. In fondo, poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono essere costruite le difese della pace.










