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di Stefano Massini


La Repubblica, 18 novembre 2021

 

È l'esito di un meccanismo naturale e rischiosissimo, quello per cui la familiarità con il nemico induce a sottovalutarlo. Ci siamo assuefatti. L'emergenza è la nuova normalità. Talvolta mi fermo a pensare: ma quanto tempo è passato dalla proclamazione della prima emergenza? Fra poco due anni. E infatti Alessandro - figlio di amici nato poche ore prima del lockdown 2020 - è un ometto che cammina da solo, ha imparato a parlare e, se glielo chiedi, disegna se stesso con papà e mamma, tutti e tre con la mascherina.

Per Alessandro non esiste un mondo senza mascherina (sul viso o in tasca), e mentre lo osservi nella sua inconsapevole infanzia di ostaggio pandemico, ti senti un privilegiato a pensare che per anni, dalla fine della guerra, conoscevamo perlopiù emergenze locali, dettate da terremoti, alluvioni, incendi o da tragedie circoscritte come il crollo del ponte Morandi, senza che mai si desse l'occasione di un'emergenza nazionale così lunga, grave e protratta.

Tant'è, dentro questa bolla - adesso ulteriormente prorogata - abbiamo smaltito poco a poco lo sbigottimento iniziale, imparando a convivere con l'anomalia, con l'anormalità, con la spia d'allarme costantemente lampeggiante, cosicché ormai la diamo per scontata, e come il piccolo Alessandro riusciamo a giocare al di là di tutto.

Già, al di là di tutto. Questo "al di là" è in fondo l'unico vero meccanismo che l'essere umano conosca per disinnescare la portata altrimenti devastante di un trauma: lo accettiamo, lo inglobiamo, ne smussiamo gli angoli impervi rendendolo per paradosso un rifugio, un utero protettivo in cui rintanarsi perché ormai noto, consueto, familiare.

E infatti a rendere memorabile La metamorfosi di Kafka non è tanto lo shock della trasformazione di Gregor in scarafaggio, ma il lento processo con cui egli (e la sorella Grete) imparano a convivere con la mostruosità, tramutandola in un tran-tran domestico. Alla camera del repellente insetto vengono tolti i mobili per consentirgli di scorrazzare sulle pareti, e ogni sera gli vengono serviti gli avanzi del cibo di casa, come si farebbe con un cagnolino, salvo poi rabbrividire ogni volta che lo scarafaggio si torna a guardarlo con gli occhi oggettivi di un terzo.

Pensavo a questo lo scorso sabato sera, in un affollato locale di Milano, mentre guardavo attorno a me le decine di persone che assiepate schiena contro schiena, spalla contro spalla, celebravano il loro rito dello spritz con la mascherina calata sul mento, e a colpirmi era lo spettacolo conclamato di un Covid forzatamente regredito a mostro addomesticato, un Cerbero tenuto al guinzaglio, una Chimera nel passeggino.

È l'esito di un meccanismo naturale e rischiosissimo, quello per cui la familiarità con il nemico induce a sottovalutarlo, ed è in fondo il motivo per cui comunità intere accettano di vivere sulle pendici dei vulcani attivi. Gradualmente, un passo dopo l'altro, si accetta ogni cataclisma per non morire, e chi avesse dubbi pensi a Mitridate VI, il re del Ponto che per sopravvivere al rischio di avvelenamenti assumeva ogni giorno minuscole dosi di intrugli letali, così guadagnandosi un'invulnerabilità che non gli evitò comunque di infliggersi una morte terribile.

Parliamo di una strategia che può essere cosciente (è il caso appunto di Mitridate) o inconsapevole, e in questo caso degenera talora in una pericolosa passività. Primo Levi era solito ricordare che nelle vene del popolo ebraico, da secoli disperso e vessato dai pogrom, scorre una innata abilità esistenziale a curvarsi alle raffiche di vento, come quei giunchi che flettendosi non si spezzano, ma è sorprendente leggere i vibranti scambi in cui Jean Améry respingeva le parole di Levi come foriere di un inaccettabile compromesso: Améry non volle mai piegarsi a normalizzare l'emergenza del lager, non si adagiò nella fatidica ricerca del sole nell'ombra, fosse anche per il mero obiettivo di non farsene inghiottire.

Il suo è un monito a restare sempre vigili, combattendo l'assuefazione cui siamo naturalmente portati, quella che in queste ore fa dire a qualcuno "Draghi ha rinnovato lo stato d'emergenza, ma è una formalità". Purtroppo non lo è affatto.