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di Carlo Galli


La Repubblica, 19 maggio 2021

 

Dopo il governo e i partiti sono chiamati in causa anche i cittadini. L'Italia riapre, riparte. Con universale soddisfazione, la "medicinale prigionia", durata più di un anno, si allenta. Ma non si è arrivati linearmente a questo risultato, né il futuro che si dischiude è privo di problemi. Il concetto centrale, per la comprensione della fase, è "responsabilità". Che implica una risposta a una domanda, a un dilemma. Il governo Draghi quando si è assunto la responsabilità della graduale riapertura, il "rischio calcolato", ha onorato l'essenza del proprio mandato: portare l'Italia fuori dal Covid, con tutte le strategie securitarie e immunitarie disponibili, attraverso una momentanea sospensione del conflitto politico.

Alla responsabilità del governo - usare la propria autorità senza commettere errori nel decidere il dilemma fra vita e sviluppo, fra salute ed economia - doveva corrispondere una responsabilità dei partiti, che da un lato dovevano farsi garanti dell'azione governativa, apportandovi l'indispensabile consenso, e dall'altro dovevano astenersi dall'enfatizzare le ragioni della contrapposizione; che in sé è del tutto fisiologica in una democrazia, soprattutto nel momento in cui grazie al Recovery Fund si reimposta (o almeno ci si prova) la struttura e l'orientamento del Paese, ma che non può sovrapporsi alle operazioni di salvataggio. Quindi, la responsabilità davanti alla quale si sono trovati i partiti non è stata tanto quella di collocarsi al governo o all'opposizione, ma di contemperare le ragioni, ora impellenti, dell'unità, con quelle, altrettanto essenziali ma nel breve periodo rinviabili, della dialettica politica.

Dire che questa responsabilità è stata piena e convinta sarebbe improprio: le dispute fra i partiti, le prese di distanze dal governo, le reciproche recriminazioni, non sono certo mancate. Ma una rottura della maggioranza non dovrebbe essere all'ordine del giorno: per ora è nell'interesse di tutti farne parte, per quanto il semestre bianco, ormai in arrivo, possa costituire una tentazione per forzature, rese dei conti, riposizionamenti in chiave pre-elettorale. Se non sulla responsabilità, si è potuto contare, finora, sul calcolo dell'utilità - perfino da parte di chi, fuori dal governo, esercita un'opposizione "patriottica". Auguriamoci che i partiti non sbaglino calcoli nei prossimi mesi - per l'ingordigia di alcuni, per il panico di altri.

Un ostacolo all'esercizio della responsabilità da parte dei partiti sta nel fatto che - deboli come sono - si sentono in dovere di interpretare, con disinvoltura, le istanze contrapposte che, legittimamente, sono espresse da vari settori della società: così, si è aperta una contesa tra i fautori di un'euforica bulimia aperturista e chi invece è stato fatto apparire favorevole a una penitenziale quaresima chiusurista - ciascuna fazione dispone di virologi ed epidemiologi di riferimento. L'ora del coprifuoco è divenuta una linea del Piave, il colore delle Regioni una bandiera identitaria, la mascherina un'appartenenza politica (o generazionale); e se le tesi no-vax non hanno trovato un'esplicita sponda politica, certo la contrapposizione fra destra e sinistra si è arricchita di una nuova sfumatura: l'enfatizzazione o la minimizzazione dei rischi del contagio (o del vaccino), la propensione più o meno accentuata al rispetto delle norme.

E qui si giunge al terzo livello di responsabilità, quella dei cittadini. A questi, e alle Regioni, si chiede fortemente, da parte del generale Figliuolo, un ultimo sforzo per completare l'immunizzazione delle persone over 60. Il che significa che, complessivamente, agli italiani non si chiedono sacrifici e rinunce: si tratta piuttosto di rispondere alla domanda se valga più il godimento incontrollato della libertà, anche al di là delle poche misure ormai rimaste in vigore, con i rischi connessi, o se non sia meglio affrontare un'ultima fatica per approdare a una stabile normalità - che, appunto, si nutre di norme, non di arbitrio. Si tratta in un certo senso di scegliere fra il presente e il futuro.

Così, se al governo è toccato l'uso responsabile della propria autorità, se ai partiti si chiede il calcolo responsabile delle rispettive utilità, ai cittadini è demandato l'esercizio responsabile della libertà. Con una parola un po' fuori moda nell'epoca dei diritti, eppure solennemente presente nella Costituzione, ciascuno è ancora chiamato - nel declino del Covid, nel dopo-Covid - alla serietà di un dovere verso il Paese.