di Caterina Iannotti
istituzioni24.it, 16 novembre 2020
A causa del coronavirus sono venute a galla sempre di più le precarietà del sistema carcerario italiano, in cui i casi registrati di contagi aumentano in maniera esponenziale mettendo in luce il sovraffollamento e le condizioni disumane in cui vivono i detenuti, ora privati anche di ciò che li teneva in vita: il contatto umano dei volontari e dei familiari.
Fin dallo scorso lockdown tra le misure preventive messe in campo dal Ministero della Giustizia per tutelare la salute dei detenuti, infatti, vi è quella di vietare l'ingresso dei volontari e dei familiari, così, ai colloqui e agli sguardi dei propri cari sono stati sostituiti più impersonali videochiamate e telefonate.
Un trentaduenne condannato all'ergastolo da quando aveva 22 anni, scrive: "Il distacco sociale al quale i ristretti vengono sottoposti alimenta quel senso di disagio e frustrazione che non è mai stato così forte come in questo periodo di pandemia, con la differenza che oggi ogni cittadino italiano può averne un assaggio con le limitazioni imposte per fermare il virus. Pensate a cosa vorreste fare oggi o domani e non potete farlo perché siete chiusi in casa e moltiplicatelo per cento, forse anche per mille perché è questo lo stato d'animo dei detenuti. A questo si deve aggiungere un fattore molto importante che voi non potete sperimentare, cioè l'assenza dei propri cari, l'impossibilità di abbracciare tua madre, tuo fratello, i tuoi figli. Pensate che con le ultime restrizioni i nostri famigliari non possono nemmeno portarci, come facevano prima, del cibo preparato con amore per noi, e allora tutto quello che voi state provando in questo momento non si può paragonare a quello che giorno dopo giorno i detenuti sono costretti a subire".
Questa testimonianza ci mette davanti alle implicazioni che comporta questa misura, mai revocata e solo attenuata, neanche nei momenti di minore incidenza della pandemia, e che comincia a pesare non poco sulla salute psicologica dei detenuti. Ad aggravare la situazione vi è il fatto che insieme ai familiari, sono stati allontanati dalle carceri anche i volontari.
Il vero ruolo che essi svolgono negli istituti di pena, infatti, va ben oltre quello di un semplice supporto all'istituzione in quanto tale, ma spesso diventa un prezioso "cuscinetto" psicologico in grado di aiutare i detenuti a superare le ansie e le nevrosi che la loro condizione di reclusi inevitabilmente comporta.
Ornella Favero, guida della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, in seguito ai vani tentativi dei volontari di rientrare, seppur in minima parte nelle carceri ha affermato: "Come CNVG chiedevamo di essere coinvolti nei processi decisionali per quanto riguardava i volontari. Questo non è avvenuto, perché il volontariato piace molto e solo quando fa i colloqui per il sostengo psicologico o porta i vestiti ai detenuti. Quando invece è portatore di una visione differente e critica sul modo di scontare la pena, anche in pandemia, è meno benvoluto".
Purtroppo le misure adottate non hanno sortito alcun effetto, tant'è che i contagi sono drammaticamente ripresi anche nelle carceri e con essi anche il nulla che popola le vite dei detenuti.
È proprio di ieri, infatti, la notizia diffusa da "Il Messaggero" di 653 detenuti positivi e 847 tra operatori e agenti penitenziari contagiati. Risultano coinvolti 75 istituti su un totale di 192; mentre 1009 sono i carcerati in isolamento sanitario. Emerge forte la necessità di un ripensamento delle misure da adottare visto che quelle di qui messe in campo non hanno fatto altro che peggiorare la condizione dei detenuti e li hanno per giunta privati di quelle attività dei volontari che possono contribuire a migliorare.
La situazione è infatti a dir poco esplosiva e rischia di riportare alla ribalta della cronaca notizie come quella della rivolta nel carcere di Foggia dello scorso marzo oppure i sempre più frequenti casi di suicidi degli ultimi mesi. "Se c'è un valore di cui il Volontariato è portatore sempre è quello della non violenza", ha affermato a riguardo Ornella Favero, "ma abbiamo anche il dovere di cercare di capire la disperazione che c'è dietro certi gesti, sono comunque l'espressione della sofferenza e della solitudine che caratterizzano più che mai oggi la vita detentiva. Quando con una qualità della vita già così bassa interviene una catastrofe come quella del coronavirus, pensare che persone che la violenza l'hanno sperimentata spesso nel loro passato possano agire con ragionevolezza è solo un'illusione".










