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di Franco Corleone


Messaggero Veneto, 11 gennaio 2021

 

Il Piano strategico nazionale di vaccinazione presenta una incomprensibile contraddizione laddove prevede nella prima fase la somministrazione del vaccino al personale sanitario, ospedaliero e territoriale e agli ospiti e operatori delle Rsa, che hanno pagato un prezzo doloroso di morti nella prima fase della pandemia.

La scelta giusta è stata assunta non solo perché gli anziani rappresentano una categoria fragile, ma anche perché fanno parte di una struttura chiusa e quindi non si comprende perché il carcere che è l'istituzione totale per eccellenza sia stato messo in coda.

La programmazione nazionale non tiene assolutamente conto delle condizioni di rischio e di vulnerabilità alla diffusione del virus in particolare negli istituti penitenziari che per le condizioni igieniche sanitarie e per il sovraffollamento impediscono il rispetto delle misure di prevenzione raccomandate alla popolazione. La presenza in cella fino a otto detenuti con un solo servizio igienico e l'uso promiscuo delle docce rappresenta con evidenza accecante un rischio continuo.

Mi rivolgo ai massimi rappresentanti della Istituzione Regione Friuli Venezia Giulia e responsabili di scelte fondamentali riguardanti la salute individuale e quella pubblica.

I cinque istituti penitenziari nella nostra regione ospitano 600 persone rispetto alla capienza regolamentare: a Udine 161 detenuti invece di 90, a Tolmezzo 191 invece di 149 e a Trieste 153 invece di 138. Ci sono stati focolai preoccupanti a Tolmezzo nei mesi scorsi e ora in presenza di una contagiosità maggiore del virus occorre una scelta sagace e preventiva.

Ovviamente la proposta che avanzo dovrebbe riguardare tutto il personale, la Polizia penitenziaria e quello amministrativo, oltre a tutti soggetti che entrano in carcere dai volontari agli avvocati. Il Comitato nazionale di bioetica, nel documento "Covid-19: Salute pubblica, Libertà individuale, Solidarietà sociale", approvato il 28 maggio 2020, ha individuato tra gli "altri gruppi particolarmente vulnerabili", subito dopo "le anziane e gli anziani istituzionalizzati", "le persone richiuse nelle carceri", dedicando loro uno specifico punto.

Anche sulla base di queste considerazioni, la senatrice a vita Liliana Segre e il presidente dell'autorità garante delle persone private della libertà Mauro Palma hanno auspicato che il Governo dia "la necessaria priorità a un piano vaccinale che riguardi tutte indistintamente le persone che vivono e lavorano nelle carceri" (la Repubblica, 2 gennaio 2021). La Società della ragione, una associazione che si occupa di giustizia e carcere, ha lanciato una petizione (www.change.org/vaccino nelle carceri) rivolta al ministro della Salute e al commissario straordinario per l'emergenza Covid che ha immediatamente raccolto più di mille adesioni per cancellare quella che appare una grave discriminazione.

Una vostra decisione in questa direzione esalterebbe la specialità, in nome dei valori della Costituzione e costringerebbe il Governo a un ripensamento in base ai valori di umanità. Il Friuli Venezia Giulia si sta dimostrando tra le regioni più impegnate nel piano vaccinazioni, ma il divario tra le dosi assegnate e quelle utilizzate, potrebbe consentire l'individuazione legittima di un target di popolazione ulteriore da vaccinare con priorità, proprio come i detenuti e quanti lavorano negli istituti di pena. Sono sicuro che prenderete in considerazione questo appello, di puro buonsenso, tenendo conto dei numeri limitati e della facilità organizzativa della somministrazione.

Non si tratta di effettuare un trattamento di favore o di affermare un privilegio. Si tratta solo di considerare la specificità di un luogo e di rispettare il diritto alla salute di persone che sono nella totale disponibilità dello Stato. D'altronde è di palese evidenza che è bene che le persone escano dal carcere senza infezioni e patologie, gravi o trasmissibili. Una felice coincidenza, dunque, tra interessi individuali e valori collettivi.