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di Emilio Minervini

Il Dubbio, 13 maggio 2026

Spezzare la catena dell’odio, non con il perdono ma con la riconciliazione. È questo lo scopo della giustizia riparativa, introdotta in modo organico dalla riforma Cartabia (d.lgs. 150/2022). Istituto che s’inserisce nell’ambito giudiziario penale, affiancando all’attività procedimentale, tesa all’accertamento delle responsabilità, un percorso parallelo, autonomo e volontario, che possa essere foriero di dialogo e ascolto tra le parti coinvolte. L’articolo 42 della riforma definisce la giustizia riparativa “un programma cui si accede gratuitamente che consente alla persona indicata come autore dell’offesa, alla vittima del reato e agli altri soggetti appartenenti alla comunità di partecipare in modo consensuale, attivo e volontario alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato, con l’aiuto di un terzo imparziale adeguatamente formato denominato mediatore”.

L’organizzazione, la gestione, l’erogazione e lo svolgimento dei programmi sono di competenza dei Centri per la giustizia riparativa, istituiti presso gli enti locali. I primi centri sono stati inaugurati questa primavera, a quattro anni dalla riforma, a Venezia, Firenze, Bari, Reggio Emilia, Padova e Cagliari. I programmi di giustizia riparativa si pongono l’obiettivo di permettere alla vittima di vedere riconosciuto il danno subito, all’autore dell’offesa di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e assumersene la responsabilità, e alla comunità di contribuire alla ricostruzione del legame sociale.

E proprio per esplorare il conflitto e la sua evoluzione sin dalla minore età che nasce “Creare legami riparativi”, libro scritto a quattro mani da Francesca Frignani, criminologa presso gli istituti penitenziari di Parma, e Carlotta Trabalzini, funzionario dell’Ufficio per il processo presso il Tribunale di Civitavecchia. Il libro è stato pubblicato a maggio del 2025 e presentato ieri alla Sala stampa della Camera dei deputati con l’introduzione di Fabrizio Benzoni, parlamentare di Azione, da tempo impegnato a portare l’attenzione sul grave momento che sta attraversando il sistema penitenziario italiano e in particolare su quello minorile.

“Sono orgoglioso di portare finalmente questo libro alla Camera dei Deputati - ha affermato Benzoni - ed è per me l’occasione per affrontare qui un tema per cui combatto una battaglia solitaria tutti i giorni. Un tema che parla di detenuti, di giustizia, di giustizia riparativa, parla di una visione, di un concetto, oggi difficile da affrontare soprattutto con questo governo, che è la volontà di capire da che parte si sta: se intendiamo solo punire o dare anche una prospettiva diversa, di rigenerazione”.

“Si può parlare di riparazione anche non parlando solo di reato ma anche più ampiamente di conflitto - spiega Trabalzini - partendo dalle scuole, dai ragazzi, motivo per cui noi ci focalizziamo sui minori”. “Il libro è indirizzato sia ad addetti ai lavori sia alle persone che non conoscono la giustizia riparativa - chiarisce Frignani - Parte dal conflitto e arriva alla concretizzazione del percorso di giustizia riparativa per far conoscere la possibilità di un confronto tra l’autore e la vittima di un reato. Nel corso del lavoro di stesura del libro ci siamo imbattute in Lucia De mauro Montanini e nella sua storia”.

La storia di una giustizia riparativa ante litteram. Nel 2009 il marito di Lucia De Mauro Montanini viene ucciso durante una rapina mentre è in servizio come guardia giurata, appreso che gli autori sono quattro ragazzi giovani, De Mauro Montanini inizia un percorso che la porterà, diversi anni dopo, a trovare la forza per incontrare il più giovane degli autori del reato.

“È venuto verso di me tremando - racconta De Mauro Montanini - piangendo, cioè io non ho mai visto tanto dolore negli occhi di qualcuno, è arrivato verso di me collassando. E sono stata io ad abbracciarlo, a consolarlo, tanto che questo gesto è stato voluto dal Papa per il giubileo della consolazione “perché”, mi disse, “tu hai consolato quel ragazzo come un figlio”, invece io ero proprio umanamente coinvolta, dico lui sta male, io che posso fare?”. Poi succede l’inaspettato, “il giudice per la prima volta in Italia lo mette fuori 14 anni prima”, però, “non mi aspettavo che fuori lui non trovasse nessuno ad aspettarlo. Né le istituzioni, né la famiglia, né gli amici e allora ho fatto come una mamma e l’ho accolto”, prosegue, “gli ho preso casa, ho comprato la macchina, gli ho trovato il lavoro perché nessuno voleva prendersi un delinquente. Io ho dovuto fare da garante anche con banca etica per farci avere un piccolo fondo per iniziare a vivere perché loro escono senza niente. E quindi o tornano nella criminalità, anzi tante volte li accompagniamo a sbagliare e con la recidiva loro pensano che sono destinati a questo. Io invece dovevo dare un senso al sangue di mio marito, quindi da quel sangue doveva nascere qualcosa di buono, ma senza niente sto ragazzo come si doveva riscattare”. “Credo che sia l’esempio della battaglia che stiamo conducendo - ha concluso Benzoni - Da un lato la dimostrazione che questo ragazzo forse si sta salvando solo grazie a te (De Mauro Montanini, ndr), non grazie allo Stato e dall’altro il fatto che si possa anche in una morale molto cattolica partire dal perdono per dare un significato però alle cose che ci capitano e non subirle”.