di Francesco Musolino
La Stampa, 1 novembre 2026
Se Shakespeare scrivesse oggi l’Otello, Iago non avrebbe bisogno del fazzoletto di Desdemona. Gli basterebbe uno smartphone, un video manipolato, qualche messaggio ambiguo e un algoritmo pronto a suggerire a Otello esattamente ciò che teme: sua moglie lo sta tradendo, aizzando il mostro della gelosia insito nel suo cuore. Benvenuti nella guerra cognitiva, in cui il campo di battaglia è la nostra testa e il nemico può nascondersi dietro una singola notifica. Questo è lo scenario raccontato dalla psicologa e psicoterapeuta Anna Calabresi in “Assedio cognitivo. La mente come bersaglio” (Rubbettino, prefazione di Mario Caligiuri), un saggio che intreccia psicologia, neuroscienze e geopolitica per rispondere a una domanda inquietante: quanto ci appartengono i pensieri che difendiamo con tanta convinzione? Perché la manipolazione più efficace non è quella che ci obbliga a credere a una bugia ma quella che ci fa scambiare una menzogna per una nostra stessa intuizione.
Ieri la propaganda parlava alle masse dalla radio e dalla televisione, oggi ci raggiunge singolarmente, attraverso un device che conosce tutte le nostre debolezze. Apriamo Instagram per distrarci e venti minuti dopo piombiamo fra catastrofi, scandali e complotti. È il doomscrolling: più ci spaventiamo, più continuiamo a scorrere. Calabresi descrive bene il circuito dopamina-algoritmo: la piattaforma registra ciò che ci trattiene e ce ne offre ancora e ancora. Ma l’algoritmo non lavora da solo, trovando un formidabile alleato nel nostro cervello. Il bias di conferma ci spinge a cercare prove di ciò che già pensiamo; la ripetizione rende credibile perfino una falsità; paura e rabbia ci fanno reagire prima di riflettere. Risultato? Online viviamo dentro delle bolle, camere dell’eco in cui tutti sembrano pensarla esattamente come noi. E se qualcuno osa contraddirci, anziché ascoltarlo lo blocchiamo, lo condanniamo senz’appello.
Calabresi distingue anche fra menzogne deliberate, errori in buona fede e verità usate per danneggiare. Un esempio? Durante l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, circolò un deepfake in cui il presidente Volodymyr Zelensky sembrava invitare i soldati alla resa. Non serviva convincere tutti, bastava insinuare il dubbio perché nel grande mercato della manipolazione anche la cortina fumogena della confusione è un risultato eccellente. La parte più inquietante del libro affronta le ferite che ci hanno inflitto le fake news perché una pandemia, una guerra e una crisi economica non si esauriscono quando si spengono le telecamere; al contrario, lasciano una scia di paura, rancore e sfiducia ed è proprio lì che la manipolazione può fare il salto di qualità, porgendoci una spiegazione del mondo, un colpevole e soprattutto una comunità con cui schierarsi.
Lo scenario digitale lo conosciamo tutti, la vera vittoria non è convertirci a un’idea, ma cancellare la distanza tra opinione e identità. Persino davanti all’evidenza dei fatti, non cerchiamo più di capire, vogliamo soltanto avere ragione. La tentazione è credere che soltanto gli ingenui caschino nelle trappole, eppure, Iago non sceglie uno sciocco: punta un uomo che ha paura di perdere ciò che ama e conosce la sua paura più grande. Oggi è cambiata la tecnologia, non la vulnerabilità: l’assedio cognitivo diventa perfetto e ci battiamo con rabbia per difendere quelle idee che ci sono state servite direttamente dall’algoritmo. Vere o false, non importa.
Sui social circola una frase attribuita a Nietzsche: “La forma più pericolosa di cecità è credere che il proprio punto di vista sia l’unica realtà”. Bellissima, peccato che non ci siano prove che il filosofo l’abbia mai scritta. Eccolo il paradosso perfetto della guerra cognitiva: condividiamo una frase che ci mette in guardia dalla cecità intellettuale senza verificarne la fonte. Perché la menzogna perfetta non deve convincerci di nulla. Le basta darci ragione.









