di Elisa Campisi
Avvenire, 3 giugno 2026
Un migrante arrivato in Italia illegalmente, che sotto pressione per l’indigenza in cui vive commette l’errore di cercare guadagni facili attraverso lo spaccio. Una volta arrestato, la sua storia sarebbe potuta finire con il carcere e un decreto di espulsione subito dopo aver finito di scontare la pena. Invece, sul finire del periodo di detenzione, l’uomo incontra la cooperativa sociale Nazareth, che opera a Cremona e inserisce nel mondo dell’agricoltura persone fragili altrimenti scartate. Inizia raccogliendo more, ma una mora dopo l’altra recupera dignità, tanto che alla fine, grazie al lavoro in cooperativa, ottiene un permesso di soggiorno.
Oggi quel migrante è un uomo produttivo nella stessa impresa - e non solo in senso economico - per sé e per gli altri, diventato padre affidatario di quattro migranti minori soli, che come lui rischiavano di finire male. “Questo è solo uno dei tanti esempi di persone salvate grazie alla semplice opportunità che gli è stata data da una delle cooperative sociali di tipo B che fanno parte della nostra rete”, racconta Giusi Biaggi che, oltre alla sua esperienza in Nazareth, come presidente del Consorzio Nazionale della Cooperazione Sociale G. Mattarelli, sa che da Nord a Sud nelle 159 imprese sociali della rete Cgm sono tante le storie di riscatto come questa.
Le cooperative sociali di tipo B sono appunto imprese che svolgono attività produttive (agricole, industriali, commerciali o di servizi, come le pulizie) finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, come detenuti o persone con disabilità. “La cooperativa sociale ha sempre una doppia ricaduta sul territorio. Da una parte ha la possibilità di inserire persone che normalmente rimarrebbero fuori dai circuiti produttivi rendendole capaci di provvedere a sé e alle famiglie, dall’altra alleggerisce il territorio e i servizi, arricchendo le stesse comunità”, puntualizza la presidente.
Consapevoli di come sia faticoso quantificare il beneficio sociale di queste imprese, il Cgm a fine aprile ha lanciato un appello per porre l’attenzione sull’instancabile ma spesso invisibile contributo delle numerose cooperative, che non si limitano ad aggiungere l’inclusione come una delle altre voci di bilancio: “Un aiuto importante a queste imprese, per esempio, sarebbe il riconoscimento del valore sociale nelle gare pubbliche. Le attuali normative, per garantire competitività, obbligano le cooperative ad applicare contratti di settore più onerosi rispetto a quelli di tipo sociale, riducendo drasticamente le loro marginalità e quindi ignorando il beneficio immateriale che portano rispetto a imprese non sociali”.
Ma l’appello non è rivolto solo alle istituzioni. “La nostra speranza è che sempre più cittadini consapevoli scelgano i loro prodotti o servizi, riconoscendone sia la qualità materiale che quella invisibile”, conclude la presidente. Del resto, cosa significa concretamente costruire lavoro che generi dignità e benefici per la collettività lo insegnano le varie esperienze delle imprese sociali del consorzio. Come quella della cooperativa sociale Cascina Biblioteca, a Milano e Cernusco sul Naviglio, che costruisce contesti di lavoro capaci di valorizzare le persone e le loro qualità. Un presidio sociale, agricolo e comunitario che negli anni ha trasformato il lavoro in uno strumento di inclusione e che ogni giorno accoglie oltre 120 persone in condizioni di fragilità, con percorsi stabili e di lungo periodo.
Le trasformazioni emergono dalle stesse storie di chi è coinvolto. Come quella di un giovane arrivato in Italia dopo un percorso migratorio complesso che, attraverso un tirocinio e un successivo inserimento lavorativo, ha costruito nel tempo stabilità e autonomia, fino a trovare anche una soluzione abitativa. Oppure quella di un altro uomo che, nonostante una disabilità importante, ha scelto di mettersi alla prova prendendo la patente per guidare mezzi pesanti, diventato oggi caposquadra nell’azienda. Percorsi diversi, accomunati da un elemento centrale: la possibilità di essere riconosciuti per il proprio valore. Così all’interno della Cascina “l’inserimento lavorativo non è mai stato inteso come semplice collocazione occupazionale, bensì come percorso di autonomia e responsabilizzazione”, racconta Francesco Allemano, presidente della stessa cooperativa, sottolineando come il processo “funziona quando è stabile, accompagnato e pensato nel tempo, non un intervento emergenziale, ma un investimento sociale di lungo periodo”.
Cosa significa nella pratica di tutti i giorni costruire questo lavoro “a misura di persona’; ce lo racconta invece, nel territorio senese, la cooperativa sociale Servizio e Territorio (Set), che offre anche in questo caso una visione concreta: modellare il lavoro sulle persone. In oltre trent’anni di attività, la vita di più di mille persone è stata attraversata dall’incontro con Set, che intreccia relazioni con servizi sociali, centri per l’impiego, amministrazione penitenziaria e realtà del Terzo settore. “Set nasce dall’affiancarsi alle persone in stato di bisogno, dal promuovere percorsi di aiuto e di emancipazione insieme con tutti i partner che entrano a far parte di un percorso che, di volta in volta e di volto in volto, compone la storia delle nostre comunità”, spiega Piero Morini, presidente di questa cooperativa.
A rendere possibile un modello maturo di impresa sociale capace di coniugare produttività e inclusione - in questo caso come in tanti altri delle imprese di Cgm - è anche la varietà dei contesti operativi: manutenzione del verde e servizi ambientali, pulizie professionali e attività di custodia, autotrasporto e logistica, gestione cimiteriale, servizi informativi e turistici. Ambiti diversi che permettono di individuare, ogni volta, il contesto più idoneo per ciascun percorso. Perché, come ricorda ancora Morini in conclusione, “lavorare gomito a gomito, condividere fatiche, cadute, sogni e speranze, è questo il modo di cooperare che rende possibile un’impresa dal sapore sociale”.










