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di Marco Pessina

Corriere della Sera, 11 agosto 2026

Salaheddine Nekhli aveva 39 anni. Sarebbe uscito dal carcere tra pochi giorni. È morto nel primo pomeriggio del 10 agosto, Salaheddine Nekhli, il detenuto che era ricoverato in condizioni gravissime al Niguarda. Dopo 11 giorni dall’arrivo in ospedale, il suo cuore ha smesso di battere, probabilmente perché il sistema respiratorio è collassato in seguito alle ustioni di terzo grado sul corpo, che avevano compromesso anche i reni. Al momento non è chiaro cosa sia successo nel carcere di Cremona, dove Nekhli stava scontando la pena (sarebbe uscito a metà agosto). Il 30 luglio i familiari hanno ricevuto la comunicazione dalla Casa circondariale che il giorno stesso il 39enne marocchino aveva riportato delle ustioni ed era stato quindi portato al Niguarda, un punto di riferimento nel trattamento di questi casi. Ora la salma è a disposizione dell’autorità giudiziaria per l’autopsia. Poi, su volontà della famiglia, il corpo farà rientro in Marocco.

I parenti, tramite l’avvocato Giovanni Pignataro, hanno lamentato di aver ricevuto poche e contraddittorie informazioni sulla dinamica dell’incidente. Tra le ipotesi che sarebbero state riferite in un primo momento, un incendio, una rissa o uno scontro tra detenuti. Secondo il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), Nekhli si sarebbe dato fuoco. Sull’episodio indaga la Procura di Cremona, il fascicolo è stato aperto dal pm Giannangelo Maria Fagnani.

Nekhli si trovava dall’inverno del 2023 nel carcere di Cà del Ferro a Cremona, una struttura che soffre sempre di più il problema del sovraffollamento: in base ai dati del ministero della Giustizia, la capienza regolamentare è di 394 detenuti, mentre quella effettiva è di 617. A Cà del Ferro Nekhli faceva diversi lavori di manutenzione e mansioni di altro genere all’esterno delle palazzine del carcere, ma sempre dentro le mura. Prima di entrare nella casa circondariale di Cremona, il 39enne, con problemi di tossicodipendenza, svolgeva attività lavorative all’esterno del carcere di Busto Arsizio, permesso che gli era stato poi revocato.