di Viola Di Silvestre
bergamonews.it, 22 febbraio 2025
“Freedom in Basket” si articola in cinque moduli didattici che riabilitano i detenuti e le detenute alla vita fuori dal carcere. “Sul campo non conta cosa hai fatto fuori, conta come ti muovi per aiutare chi hai accanto”, è questo il motto di “Freedom in Basket”, il progetto del club di Brignano Gera D’Adda “Basket a colori” che ha come obiettivo quello di utilizzare l’attività sportiva come strumento per contrastare l’isolamento e l’aggressività che si sviluppa all’interno delle case circondariali.
L’iniziativa nasce da un’idea di Antonio Lecchi, allenatore di basket, e di Marco Ruggeri, diacono ed educatore con 25 anni di esperienza nel settore penitenziario, ed è sostenuta da Caritas Cremonese e dall’associazione Amici di don Maurizio. “Io e Marco Ruggeri ci conosciamo da tanto tempo. Da sempre ho questo pallino della pallacanestro, nel 2020 ho fondato il progetto ‘Basket a colori’, una realtà che opera nell’ambito della pallacanestro e del minibasket che si propone su più livelli, da quello sociale a quello educativo fino a quello divulgativo, per interpretare il gioco in un modo un po’ diverso, andando oltre l’aspetto agonistico legato alle partite- spiega Antonio Lecchi-. Avevo già avuto modo di sperimentare progetti simili a ‘Freedom in Basket’, in passato per diversi anni ho organizzato un camp per minori senza famiglia, ho visto che la cosa funzionava e ho voluto riproporla in un altro contesto”.
L’intuizione di usare il basket come strumento educativo arriva cinque anni fa con la lettura di “Come il basket può salvare il mondo”, libro di David Hollander che riassume i 13 principi della pallacanestro come metafora della vita. L’idea di operare nell’ambito carcerario nasce invece dalla conoscenza con Marco Ruggeri e dalla sua lunga esperienza in quel mondo tutto a sè. Da qui, il prezioso aiuto di Caritas Cremonese, promotore del progetto e dell’associazione Amici di don Maurizio o.n.l.u.s, che hanno contribuito a strutturare il progetto.
L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, coinvolge ogni anno una ventina di persone detenute nella casa circondariale di Cremona, non si propone solo come “passatempo”, ma anche come attività riabilitativa alla vita fuori dal carcere. “Il carcere è spesso una guerra di posizione - spiegano i promotori -, ma sul campo la regola smette di essere un’imposizione esterna e diventa lo strumento indispensabile per poter giocare insieme”.
Il progetto, infatti, si articola in cinque moduli didattici che insegnano i fondamentali della pallacanestro in una prospettiva di condivisione. Il palleggio diventa esercizio di autocontrollo; il passaggio, necessità di cercare l’altro; la difesa, tutela del bene comune nel rispetto dell’avversario; il tiro, occasione per scoprire chi si vuole essere “nonostante” gli errori commessi; la squadra, infine, passaggio dall’io al noi. Ogni modulo, dopo una prima parte pratica, prevede un’ora di dialogo, in cui i partecipanti riflettono, condividono e restituiscono agli altri la propria esperienza e le proprie impressioni. Qui non esiste l’errore, esistono solo seconde possibilità e nuove opportunità di crescita in forte contrasto con l’ambiente tradizionalmente sanzionatorio del carcere. Prima dell’inizio di ogni attività, infatti, detenuti sottoscrivono un codice etico che si impegnano a rispettare, e se questo non avviene l’unica via che i promotori hanno scelto di prendere è quella della rieducazione, offrendo la possibilità di riflettere, riprovarci e di sottoscrivere nuovamente l’impegno.
“L’attività viene proposta da educatori e psicologi ad una sezione del carcere. L’iscrizione è volontaria e noi, per ragioni organizzative e di spazi, selezioniamo una ventina di partecipanti - continua Lecchi -. Tutto si svolge all’interno del carcere di Cremona, palloni e materiale tecnico ci sono stati donati dall’associazione Amici di don Maurizio, dalla Caritas, e da diverse società di pallacanestro”.
Sul quel campo sono nate storie che raccontano la positività di “Freedom in Basket” nel percorso di riabilitazione, dove diffidenza, chiusura e aggressività hanno lasciato spazio, gradualmente, a maggiore equilibrio e capacità di dialogo. “L’equipe comportamentale del carcere ci ha confermato la positività del progetto, nei diversi colloqui svolti con i partecipanti sono emerse sensazioni positive - racconta il coach-. Siamo testimoni di diversi episodi che ce lo confermano, le persone detenute vivono spesso forti condizioni di tensione e di rifiuto all’ascolto. Il gioco insegna loro la disponibilità nella relazione con gli altri, e a fine ciclo si mostrano più sereni e consapevoli”.
“Guardando al futuro, tra i desideri che ho c’è quello di coinvolgere più allenatori e far si che anche in altre case circondariali si possano fare esperienze di questo tipo. Mi piacerebbe molto avere la possibilità di creare una squadra che possa confrontarsi con giocatori in condizione di libertà, perché così hanno l’occasione di mettere in pratica ciò che hanno imparato” conclude Antonio Lecchi. Per il sistema carcerario progetti come “Freedom in Basket” sono preziosi, così come le associazioni che l’hanno sostenuto, perché una volta varcate le sbarre non si trovi il vuoto, ma una rete pronta a sostenere quel nuovo desiderio di partecipazione scoperto sotto canestro.









