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di Nicholas Aleo

orabuca.it, 1 novembre 2026

Nove detenuti, ciascuno con la sua storia difficile alle spalle, riuniti e guidati sul palco dallo staff della Fondazione Ponchielli: così è nato “Oradaria”, lo spettacolo andato in scena il 17 ottobre sul palco del teatro della Casa Circondariale di Cremona. Un modo per socializzare, per rinforzare la riflessione sugli errori del passato, per evadere con la mente dal presente. Dare voce ai detenuti in un luogo dove i sogni sembrano svanire: sabato 17 ottobre, alla Casa Circondariale di Cremona, il sogno è stato meno distante. Attraverso uno spettacolo teatrale, dal titolo evocativo l’idea di una parziale e determinata libertà, alcuni detenuti hanno avuto lo spazio e la possibilità di raccontarsi in modo inedito.

“È stato facile trasformare il carcere nell’inferno di Dante, trasformare il portone nella porta degli inferi. L’inizio è stato difficile, poi, conoscendoli, capisci che sono come noi”. Al termine della rappresentazione ha commentato così, con parole sentite, Alberto Branca, il regista che insieme alla collega Daniela Coelli ha avuto il compito di allestire e dirigere lo spettacolo. L’iniziativa, culturale e sociale ad un tempo, è stata promossa dalla Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, in collaborazione con la Casa Circondariale di Cremona e l’amministrazione comunale. Il titolo è “Oradaria”, richiamo alle ore in cui i detenuti trascorrono tempo all’aria aperta, e il copione è stato scritto dai registi in collaborazione con i carcerati stessi.

L’arte che incontra una realtà difficile come quella carceraria, il teatro che diventa l’occasione per i detenuti di comunicare con la società civile. Lo ha sottolineato prima dello spettacolo l’Assessore alle Politiche Sociali Marina Della Giovanna, parlando della possibilità di “creare un collegamento fra le mura e l’esterno”. 

Sul palcoscenico del Teatro del carcere, un gruppo di detenuti impersona nient’altro che sé stesso. Partendo dalla comprensione dei propri errori, dal pentimento, dal richiamo della “retta via smarrita” dantesca, i 9 attori offrono uno spaccato della loro vita quotidiana. La grigia routine fra le mura diventa soggetto di monologhi, ad essi si uniscono passi di letteratura e momenti pop-umoristici. “L’idea di unire testi famosi come Dante o Il Mercante di Venezia è arrivata con il tempo. Prima abbiamo chiesto loro degli spunti e delle suggestioni, che sono arrivate”, spiega ancora Alberto Branca.

La mente dei protagonisti vola al di fuori della cella, in un mondo che appare tanto lontano. Il pensiero diventa sogno e il sogno, forse, tramuta in illusione e fantasia. Una semplice rivista può diventare una finestra “sul cortile” che stimola desideri tanto semplici quanto umani. Chi si immagina sorseggiare una bevanda fresca, chi abbraccia una bella donna o persino vacanze ed auto di lusso. Illusioni e sogni che vengono bruscamente spenti dalla voce della guardia, che indica loro la conclusione dell’ora d’aria.

Il discorso dell’usuraio ebreo Shylock da “Il Mercante di Venezia” di Shakespeare viene riproposto e rivisto in chiave carceraria, evidenziando lati comuni dell’essere umano che appartengono tutti. Anche a dei reclusi. Il concetto di anima prende la sua centralità, in una lotta alla considerazione del detenuto come persona e non emarginato sociale. I dialetti e le differenti etnie non vengono eliminati, anzi, durante la recita più volte si parla in lingua madre o idioma di provenienza; il tutto tende a sottolineare l’eterogeneità dello spazio penitenziale. Ogni accento diventa un simbolo di diversità che le mura assottiglia.

“Le difficoltà organizzative coincidevano con le varie difficoltà del carcere che non dipendevano da noi registi. Alcuni ragazzi sono stati trasferiti, altri hanno provato ma non sono stati travolti dall’entusiasmo. Però, come si è potuto vedere dalla recita di “Oradaria”, coloro che hanno perseverato sono riusciti a creare una sinergia importante ed una grande complicità; anche un rapporto umano particolare per una realtà come la loro”. La regista Daniela Coelli suggerisce quindi un’immagine del teatro anche dietro le quinte, come via verso una delicata socializzazione fra detenuti.

 “A livello umano portiamo a casa molto: avere coscienza di non giudicare a prima vista. Oggi rimaniamo un po’ più soli, era un appuntamento settimanale, che nonostante le difficoltà, ci piaceva”, aggiunge Branca. In platea con il pubblico presente anche la direttrice della Casa Circondariale di Cremona Giulia Antonicelli, che ribadisce l’importanza di queste attività culturali. “Questo tipo di attività sono fondamentali per il percorso di inserimento e rieducazione dei detenuti. Il teatro, in questo caso, non deve essere considerato solo un momento ricreativo o culturale, ma un esercizio che consente di poter avviare o rinforzare il percorso di riflessione, revisione e ripensamento di sé stessi. L’obiettivo è far comprendere che entrare in un istituto penitenziario deve essere un’opportunità; il tempo passato qui deve essere funzionale al cambiamento e miglioramento”.