di Sara Pizzorni
Cremona Oggi, 20 agosto 2026
Male anche l’organico della polizia penitenziaria. Aumentate le aggressioni, a rischio la finalità educativa nella casa circondariale cremonese. “Nel carcere di Cremona ci sono 608 detenuti; 511 sono quelli definitivi. Praticamente è una casa per persone che hanno già avuto la condanna e che potrebbero accedere a delle misure alternative, ma non vi accedono perché mancano i colloqui con gli educatori”. Lo sostiene l’avvocato Simona Giannetti, consigliere generale del Partito Radicale, che questa mattina, insieme alla delegazione composta da Samuele Resmini e Gino Ruggeri, ha visitato il penitenziario di Cremona.
“C’è un educatore per tre piani”, ha spiegato Giannetti. “Non è possibile che i detenuti non possano fare un colloquio prima di dieci mesi, un anno, un anno e mezzo con un educatore perchè questi, già impegnato ad organizzare le attività trattamentali, non ha abbastanza tempo per vedere tutti. È un qualcosa di gravemente incostituzionale. La pena deve avere una finalità rieducativa, ma la rieducazione si applica attraverso il trattamento. Se non c’è, i detenuti non solo non escono, ma entrano, creando sovraffollamento”.
Anche secondo Gino Ruggeri, cittadino benemerito insignito della Medaglia d’oro Città di Cremona, una delle grosse criticità di Cà del Ferro è proprio la mancanza a livello di numeri degli educatori, figure essenziali all’interno delle carceri. “Sono pochissimi gli educatori, i numeri sono sotto la pianta organica, mentre i detenuti sono il doppio rispetto a quelli che dovrebbero essere. La situazione è peggiorata rispetto allo scorso anno. Anche l’organico della penitenziaria è tornato ai livelli di due anni fa come numeri, e questo peggiora tutta la gestione. Sono aumentate tantissimo anche le aggressioni tra detenuti e le aggressioni tra detenuti e agenti”.
E’ Samuele Resmini, invece, ad illustrare la bella iniziativa voluta fortemente da don Roberto Musa, cappellano del penitenziario cremonese, iniziativa presentata lo scorso mese di luglio: il laboratorio di gelateria. “Con questa idea”, ha detto Resmini, “si dà un’occasione di aprirsi al territorio ai detenuti che hanno la possibilità di lavorare. Oltre a produrre gelato sul posto, infatti, si provvederà anche alla vendita in città attraverso l’uso di una cargo bike attrezzata. È stato bellissimo, durante la nostra visita, vedere il detenuto che stava lavorando al gelato così coinvolto in questa attività. Addirittura ci ha detto che grazie a quello che ha imparato vorrebbe aprire una gelateria nel suo paese di origine”.









