di Cristiano Guarneri
mondopadano.it, 17 luglio 2026
La visita. Il nostro cronista nella delegazione a Ca’ del Ferro. Oltre la metà dei detenuti con problemi di dipendenza. Pensate all’afa di questi giorni, immaginatela in una cella a due posti ma i detenuti sono tre. Lo sentite il senso di irritazione? Lo stesso che provate quando appiccicato al vostro c’è il corpo di un altro, un altro qualsiasi, un condomino nell’ascensore con voi, ad esempio, in una discesa lunga anche solo quattro piani. Moltiplicate il fastidio per 24 ore, per un numero di giorni indefinito, comunque non breve. E ancora non potrete capire.
Penitenziario di Cremona, sezione A del vecchio padiglione, detenuti protetti. Non si può capire finché non si prova, ma una prova così non la si augura a nessuno, nemmeno se le celle, di giorno, restano aperte, così i protetti hanno facoltà di passeggiare in corridoio come su una promenade parigina. Nemmeno se sono consentiti i ventilatori - a carico dei detenuti - perché le pale spingono l’aria che c’è, umida e viziata, non ne producono altra.
Provare non conviene, vedere sì. Aiuta più che fidarsi del sentito dire. Quando abbiamo percorso il piano di quella sezione, dei detenuti colpivano gli occhi non tanto il buongiorno detto a fior di labbra. In molti si facevano sull’uscio per guardarci, la maggior parte italiani, alcuni abbastanza giovani. Mentre gli sfilavi di fianco, sbirciavi all’interno per capire di cos’è fatta una cella. La parete a sinistra, nel primo tratto, è sempre stipata di pentolini e altri utensili da cucina (quelli consentiti). “Stipati” è un verbo che non regge, troppo ingiustamente piccolo. È una “siepe” di barattoli e chincaglieria che si inerpica su un quadrato minuscolo d’intonaco.
Chi vuole, in genere quasi tutti i detenuti, scalda con un fornelletto vivande acquistate sopravvitto, cioè oltre la razione ordinaria distribuita dal carcere. Sulla mensola più alta, la vetta della “siepe”, ho visto una confezione giallo-acceso di camomilla in bustine e ho pensato alle notti lì dentro, all’illusione che per dormire possa bastare un infuso o che forse, il prepararlo, sia solo un rito per rievocare la familiarità di casa; il sonno, in quelle condizioni, arriva solo grazie a qualcosa di più forte. Dopo le mensole, sulla poca parete restante si appoggiano i due letti a castello, sotto i quali, di giorno, è nascosta la branda per il terzo incomodo (chissà chi sceglie di stare dove). Sulla parete opposta, un tavolino e due sedie.
“Fagli vedere il bagno”, ha detto uno dei detenuti. Una porticina dentro la cella nasconde lo spazio angusto per un lavandino e un wc, niente di più. “Hai visto?”. Ho visto. “Qui ci sono zecche e cimici, scrivilo!”, mi dice un ragazzo alto, capelli lunghi raccolti e pizzetto. Sì, lo scrivo. Il problema della disinfestazione è noto, l’amministrazione penitenziaria se n’è fatta carico, ma in alcune zone si ripresenta puntuale.
Domanda del cronista: “I detenuti hanno diritto a benefici per “trattamenti inumani”, come il sovraffollamento. Ne fanno richiesta al magistrato di sorveglianza?”. La risposta è stata “sì”, naturalmente. Esiste un rimedio risarcitorio che prevede uno sconto di pena pari a 1 giorno ogni 10 trascorsi in spazi inferiori a quelli regolamentari o, in alternativa, un risarcimento economico. Che fine facciano queste richieste è argomento di malcontento tra i detenuti. La voce che circola è che siano respinte a motivo del fatto che le celle restano aperte dal mattino fino alla sera, 8.30-19. Lo spazio del corridoio supplirebbe a quello mancante in cella. Però sono voci. Le loro.
Ecco, i protetti stanno qui, in questo purgatorio che odora già d’inferno. In gergo sono i cosiddetti sexual offenders, per i reclusi comuni sono “gli infami”. La separazione fra i primi e i secondi dev’essere netta, ovunque e per qualsiasi attività. Per tutti, una “via d’uscita” dallo strazio della detenzione sono gli atti di autolesionismo. Gli scioperi della fame, della sete, della terapia.










