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di Francesca Morandi

Corriere della Sera, 27 febbraio 2025

Aveva 40 anni ed era originario di un paese della Bergamasca il detenuto che due giorni fa si è tolto la vita nel carcere di Cremona, il secondo suicidio a Cà del Ferro dall’agosto di un anno fa, il 13esimo dall’inizio dell’anno nei penitenziari italiani. Il quarantenne si è impiccato in una cella della sezione colloqui, probabilmente mentre era in attesa di parlare con il comandante della Polizia penitenziaria. Accusato di violenza sessuale, alcuni mesi fa dal carcere di via Gleno era stato trasferito a Cremona nella sezione “protetti”, quella in cui si trovano le persone accusate di reati di quella tipologia. Condivideva la cella con altro un detenuto bergamasco.

Lunedì qualcosa è accaduto in quella sezione che ospita detenuti che vengono spostati dagli istituti di mezza Lombardia: Bergamo, Brescia, Mantova, Pavia. Da qui, la decisione della direzione di trasferire il quarantenne nella cella situata in un piccolo braccio della sezione dedicata ai colloqui, e frequentata da detenuti che vanno e vengono. È stato messo provvisoriamente in una cella con due porte: una “blindo” composta da una lastra metallica e l’altra “a cancello” con le sbarre. Nel silenzio, la disperazione ha preso il sopravvento. Sulla porta a cancello, il 40enne ha fissato un laccio (forse l’elastico dei pantaloni della tuta che aveva indosso) ad un metro e 20 centimetri di altezza. Il buio, la morte. Quando lo hanno trovato, era già in gravissime condizioni. I soccorritori hanno provato a rianimarlo con il massaggio cardiaco, ma ogni tentativo di salvarlo non è servito. È stata aperta una indagine.

Il gesto ha suscitato sgomento al carcere cremonese di Cà del Ferro. Sino al giorno prima, infatti, il detenuto non aveva mai dato alcun segnale che potesse far presagire il suo gesto, la sua intenzione di farla finita. Non si danno spiegazione. Era “uno psichiatrico”, nel senso che aveva accesso a un tipo di assistenza specifica, ma non veniva considerato fra quelli alle prese con patologie serie.

“La drammatica situazione delle carceri italiane non ha fine, continua a mostrarsi in tutta la sua atrocità, con il peso di un’altra vita in custodia allo Stato che è stata persa - commenta Micol Parati, presidente della Camera penale di Cremona e Crema. Il carcere è arrivato ad una situazione tra le più critiche della Lombardia, con un tasso di sovraffollamento di oltre il 140 per cento”. Ad oggi, nei due padiglioni ci sono 551 detenuti su 394 posti. Gli agenti sono carenti così come il personale delle aree educativa e sanitaria. La Camera penale torna ad “esortare le forze politiche a porsi il problema della drammatica situazione carceraria italiana e a trovare soluzioni con interventi immediati che possano rendere il carcere un luogo in cui resta viva la parola futuro”.

L’ennesimo grido di allarme lo lancia Alessio Romanelli, presidente dell’Ordine degli avvocati di Cremona. “Questo stillicidio di suicidi nelle carceri dev’essere fermato. A Cremona ci sono oltre 500 detenuti nei due padiglioni, molti provenienti da altri istituti, quindi con difficoltà enormi anche nel gestire la parte pedagogica e socializzante”. Per Romanelli, “sarebbe fondamentale ampliare le possibilità di accesso alle misure alternative alla detenzione, efficaci nel ridurre i tassi di recidiva. Chi sconta la pena con misure alternative presenta percentuali di ricaduta nel reato inferiori rispetto a chi la sconta in carcere”.