di Giovanna Casadio
La Repubblica, 20 maggio 2022
Dopo le ultime tensioni nel partito, si allarga la fronda che comprende alcuni dirigenti di Base riformista ma anche esponenti della sinistra. Enrico Letta è stato ai patti e non ha mortificato lo “squadrone” di Dem che voterà Sì a tutti, o a parte, dei referendum sulla giustizia. Ma sono stati giorni di tensione nel Pd prima di arrivare alla tregua. A provocarli anche l’intervista di Walter Verini, ex responsabile giustizia del partito, che spiegava la posizione del tutto contraria al referendum sulla giustizia che i Radicali e la Lega di Salvini hanno voluto e che Matteo Renzi sostiene.
Nel Pd le acque hanno cominciato ad agitarsi, tanto che due giuristi Stefano Ceccanti e Enrico Morando hanno scritto un appello (“Caro Letta, ripensaci”), pubblicato sul Foglio, per spiegare come mai il No secco del Pd ai 5 quesiti sulla giustizia potrebbe rivelarsi in realtà un guaio. Un pre-allerta, prima dello scontro. Il segretario dem lo ha sminato nella Direzione di martedì scorso, scandendo: “Proporrò un orientamento per il No al referendum, però il Pd non è una caserma”.
La posizione del segretario resta quella più volte ripetuta, cioè che “i 5 quesiti finiscono per creare più problemi di quanti non ne risolvano”. Però i dem sostenitori del Sì si sentano pienamente a casa loro. E quindi anche nei circoli del partito si discuterà con la presenza dei referendari, mentre gli spazi delle tribune politiche saranno occupati dal Pd a sostegno del No e qui si stanno alternando Anna Rossomando, Alfredo Bazoli e Verini.
Ecco che lo “squadrone” di dem referendari si allarga, tra molti distinguo e differenze. Comprende alcuni dirigenti di Base riformista, la corrente che fa capo a Lorenzo Guerini e Luca Lotti, da Ceccanti appunto al sindaco di Bergamo Giorgio Gori e a Andrea Marcucci, Salvatore Margiotta, poi ci sono Dario Stefano, Gianni Pittella, Luciano Pizzetti, Luciano D’Alfonso, Enza Bruno Bossio, ma anche esponenti della sinistra come Massimiliano Smeriglio, Goffredo Bettini, oltre alla corrente di Matteo Orfini e Fausto Raciti. In Direzione è intervenuto Francesco Verducci per ribadire che alcuni Sì vanno detti.
Le posizioni sono appunto variegate. Ceccanti ad esempio, dirà Sì a quei quesiti che ritiene anticipino di fatto la riforma Cartabia: quindi Sì alla separazione delle funzioni, Sì a quello sulla valutazione dei magistrati e Sì al quesito sul sistema elettore del Csm. Su questo - spiega sempre Ceccanti - va ricordato che cadrebbe in caso di approvazione parlamentare della riforma Cartabia e quindi “chi approva la riforma in Parlamento non può con tutta evidenza fare campagna per il No”. Smeriglio invece voterà Sì oltre che per la separazione delle carriere, anche sui limiti alla custodia cautelare preventiva e sull’abolizione della legge Severino.
Sulla legge Severino il dibattito è aperto, con il fronte dei sindaci sul piede di guerra. E infatti il Pd ha presentato un disegno di legge a prima firma Dario Parrini per cambiare quelle parti in cui gli amministratori locali vengono messi fuori gioco dopo il primo grado di giudizio. Marcucci ritiene da “garantista” che sulla carcerazione preventiva e la legge Severino “sia necessario intervenire e lo status quo sia deleterio”. Alessandro Alfieri, coordinatore di Base riformista, è convinto che la riforma della Severino andrà in porto senza massimalismi. Sul referendum? È convinto che tante saranno soprattutto le astensioni. Benché accorpato al voto per le amministrative il 12 giugno, è difficile infatti che raggiunga il quorum. L’Anpi, l’associazione dei partigiani, ha diffuso una nota per dire che “sono quesiti molto tecnici e settoriali, scarsamente comprensibili da chiunque non sia specificamente competente in materia giuridica, irrilevanti ai fini di una seria e complessiva riforma della giustizia”.










