di Paola Balducci*
L’Espresso, 6 febbraio 2026
Il mondo minorile sta cambiando più velocemente della nostra capacità di comprenderlo. Continuare a rispondere alla criminalità minorile con soluzioni simboliche - nuove norme, più controlli, più repressione - significa non voler affrontare la radice del problema. La prevenzione vera richiede tempo, competenze, risorse. E riforme profonde che non possono essere a costo zero. Lo stesso vale per il fenomeno delle baby gang. Anche in questo caso, l’errore è leggere il fenomeno solo come devianza penale. Con un sistema che interviene tardi e male, che reprime ciò che non ha saputo educare, che controlla ciò che non ha saputo includere, che punisce ciò che non ha saputo comprendere.
Servono politiche familiari reali, sostegno alla genitorialità fragile, interventi precoci nei contesti conflittuali. Servono servizi educativi e psicologici stabili, non progetti spot. Ogni volta che scegliamo la scorciatoia securitaria, stiamo ammettendo il fallimento dell’educazione. Ogni volta che blindiamo una scuola, stiamo dicendo che abbiamo rinunciato a capire cosa accade prima. La criminalità minorile non è un incidente di percorso, ma il risultato prevedibile di scelte mancate, di responsabilità diluite, di un arretramento progressivo della funzione educativa e di protezione che l’ordinamento affida alla famiglia, alla scuola e alle istituzioni sociali.
Il diritto penale, per sua natura, interviene quando il danno si è già prodotto e chiedergli di farsi carico di ciò che avrebbe dovuto essere prevenuto altrove è una scorciatoia che rischia di tradire la sua stessa funzione, trasformandolo da extrema ratio in strumento ordinario di gestione del disagio. Ma un sistema che punisce prima di aver realmente sostenuto, incluso e accompagnato non produce sicurezza: produce ulteriore esclusione.
Se vogliamo evitare che la violenza diventi per i più giovani un linguaggio ordinario, occorre spostare il baricentro dell’intervento pubblico dal controllo alla responsabilità, dalla repressione all’investimento. In politiche familiari credibili, in servizi educativi stabili, in una presa in carico precoce delle fragilità che oggi vengono tollerate fino al punto di rottura.
Non si tratta di indulgenza, si tratta di scegliere se continuare a intervenire quando è troppo tardi o assumersi, finalmente, il costo - anche politico ed economico - della prevenzione. Perché ogni volta che un minore arriva a compiere un atto irreversibile, il fallimento non è solo individuale, ma anche, e soprattutto, di tutti noi come società.
*Avvocata e giurista









