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di Valentina Stella

Il Dubbio, 18 aprile 2026

La denuncia della Società italiana di criminologia (Sic): “Basta star in tv che criticano i giudici senza averne i titoli”. La nuova frontiera dei processi paralleli in tv e sui social network sono i “criminologi mediatici”: lo denuncia la Società italiana di criminologia con un documento di dieci pagine. “La Sic ha per lungo tempo osservato quanto stava accadendo -  ci spiega il presidente Alfredo Verde -  e dopo un approfondito dibattito interno abbiamo deciso di fornire un parere pubblico” per stigmatizzare “lo scempio” a cui stiamo assistendo.

Il professore dell’Università di Genova si riferisce alla crescente diffusione di programmi che trattano fatti di cronaca nera con l’ausilio di presunti criminologi chiamati a stabilire la colpevolezza o innocenza di qualcuno, funzione che invece, sostiene la Sic, spetta solo all’Autorità giudiziaria. Alcuni si spingono poi a “criticare pubblicamente l’operato dei giudici, sovrapponendo il giudizio mediatico a quello giudiziario”: la Sic ritiene che questa dinamica rappresenti “un pericolo per lo Stato di diritto”. E non ha torto visto che già spesso i magistrati vengono attaccati da ogni dove se derubricano un reato, assolvono o concedono misure alternative al carcere.

Rispetto alle nuove star televisive, non fa nomi specifici il professor Verde ma ci delinea l’identikit del “criminologo mediatico”: “Nella grande maggioranza dei casi non ha frequentato corsi universitari di criminologia presso istituzioni accademiche riconosciute, italiane o straniere”. In Italia, in particolare, “la criminologia viene insegnata come materia universitaria in un numero limitato di atenei, e la sua padronanza presuppone una formazione rigorosa nelle discipline che la compongono, oltre che nella metodologia della ricerca”, spiega ancora Verde.

“Nulla di tutto ciò emerge dalle biografie professionali dei soggetti in questione -  sottolinea ancora la nota della Sic -  che provengono spesso da percorsi formativi estranei alla disciplina (scienze di polizia, criminalistica, consulenza investigativa) e che tendono a presentare come “criminologia” o come “criminologia forense” (definizione quasi assente nel contesto scientifico internazionale) ciò che in realtà appartiene alle police sciences”. Queste ultime si occupano dell’attività investigativa e della ricostruzione del fatto-reato. Invece la vera criminologia, quella scientifica, applica i contributi delle scienze sociali, psicologiche, psichiatriche e giuridiche allo studio delle cause, della prevenzione e del trattamento della criminalità come fenomeno sociale e individuale. Ma l’aspetto più grave per Verde sono le conseguenze sui diritti di indagati ed imputati: “Già certe trasmissioni televisive portano accusa e difesa in televisione ad anticipare i processi e a condannare senza le regole del diritto, ma adesso allo show si aggiungono queste nuove figure”.

Come si legge nel documento della Sic “i criminologi mediatici alimentano sistematicamente le paure collettive, il desiderio di punizione e l’odio verso gli accusati, spesso molto prima di una sentenza definitiva, tra l’altro ignorando il fatto (o disinteressandosene totalmente) che una lapidaria valutazione pseudodiagnostica può esporre il destinatario al rischio di un’altrettanto sommaria giustizia, praticata dagli altri detenuti in forza di un malinteso codice d’onore del carcere”. Come documentato dalla ricerca criminologica, “spesso le trasmissioni televisive sui casi penali trasformano l’imputato in un “mostro” da condannare pubblicamente, con conseguenze concrete che vanno dall’inquinamento del dibattito pubblico all’alterata percezione nei confronti della popolazione detenuta da parte della comunità esterna”. E aggiunge Verde: “L’articolo 27 comma 3 della Costituzione è costantemente svilito in queste trasmissioni a causa di una ricerca spasmodica di un colpevole da punire. Questi programmi fomentano il degrado che già c’è nell’applicazione concreta della pena nel nostro Paese, che poi si materializza in certi modi della gestione della questione carceraria che appartengono ad una precisa parte politica”.

Verde, infine, traccia anche delle possibili soluzioni per contrastare il fenomeno: “Una regolamentazione da parte in primis del servizio pubblico radiotelevisivo, il rispetto di un eventuale codice deontologico come avviene già per i giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria, una iniziativa legislativa che normi questo fenomeno indiscriminato”. Nel frattempo gli imputati possono sperare nelle “attenuanti mediatiche” come cristallizzato dalla sentenza di appello bis sul caso Pifferi, in cui la pena è stata ridotta anche a causa della lapidazione mediatica subìta dalla infanticida, “con ospiti pronti a discettare di perizie non ancora trattate nella sede processuale sua propria e a distillare opinioni personali sulle circostanze aggravanti, ad affermare - da presunti esperti in medicina psichiatrica e supposti conoscitori di codici e pandette - la sicura imputabilità, l’integrazione di tutte le aggravanti, ivi compresa la non contestata crudeltà, scommettendo perciò sull’ergastolo come unica pena equa”, abbiamo letto nelle motivazioni.