di Tamar Pitch
Il Manifesto, 23 settembre 2025
Un’anticipazione dalla relazione della giurista che sarà al simposio di Bologna dedicato alle “Trasformazioni del controllo sociale. 50 anni di studi sulla questione criminale”. Siamo spettatori oggi di un genocidio e di una pulizia etnica, ambedue crimini contro l’umanità. C’è poi una guerra in Europa, un quasi dittatore negli Usa e uno spostamento verso le destre radicali in Italia e molti altri paesi, non solo europei. Quando cominciammo con La Questione Criminale c’era stato il golpe in Cile, c’era una feroce dittatura in Argentina, le stragi di stato e il terrorismo in Italia e Germania. Eppure, forse perché ero giovane, lo ricordo come un periodo di speranze e progetti di libertà e giustizia sociale. Dalle ricerche che si leggono, pare che non sia più così, anche se una rivoluzione l’abbiamo fatta e vinta: il femminismo.
La crisi dell’egemonia neoliberale, durata quaranta anni, si presenta mettendo in piena luce la sua faccia oscura. In tutto questo periodo abbiamo spesso riflettuto su questa faccia oscura: lo slittamento dalla questione criminale alla questione sicurezza, dallo stato sociale allo stato penale. Nel 1973 i detenuti nelle nostre carceri erano 27mila, oggi sono più di 63mila. Senza contare quelli e quelle in detenzione amministrativa, nonché le persone in esecuzione penale esterna. Tutto questo, lo sappiamo bene, non riguarda solo l’Italia.
Comunque declinata, la formula “questione criminale” metteva al centro il sistema di giustizia penale con annessi e connessi (magistrati, giuristi, forze di polizia varie, compresi i rapporti con gli altri sistemi di controllo sociale) e i suoi “utenti” (imputati, condannati, detenuti). Ciò che chiamiamo criminologia critica ha rovesciato lo sguardo fino allora prevalente: da perché e come si delinque a perché e come si viene selezionati come delinquenti, lasciando però intatta la cornice.
In maniera davvero sintetica, potremmo dire che dentro questa cornice siamo passati da una lettura latu sensu socialdemocratica (la ricerca sulle cause della criminalità, da trovare nella povertà, la marginalità, ecc.) a una lettura “radicale” (la ricerca sulle cause e le conseguenze della criminalizzazione, da trovare nelle disuguaglianze di potere, di risorse economiche sociali e politiche). La questione sicurezza si declina invece in larga parte fuori da questo frame, anzi, lo rende osceno, fuori scena. Al centro della questione sicurezza ci sono le vittime, attuali e potenziali, ossia tutti e tutte noi, che devono essere difese dai possibili predatori. È, dunque, il paradigma della difesa sociale all’ennesima potenza che si impone a tutti i livelli. Da cui panpenalismo, sterilizzazione del territorio urbano, fortezza Europa, guerre. Questo paradigma può avere solo una declinazione, questa. Il tentativo di riformulare la sicurezza come sicurezza dei diritti di tutti/e non è che un ritorno alla versione prevalente di sicurezza durante i trenta gloriosi, ossia la sicurezza sociale.
Si dice ancora oggi che la sicurezza non è un tema di destra o di sinistra. Dipende da che cosa intendiamo con sinistra, ma, in generale, la sicurezza come diminuzione del rischio di rimanere vittime di reati e inciviltà è, invece, squisitamente un tema di destra. E le destre ne hanno fatto e ne fanno un ottimo uso, vedere da ultimo il caso Kirk. Dicevo ai tempi, e ne sono convinta ancora, che la sicurezza così intesa non può che essere un byproduct di buone politiche sociali. E non può mai essere una delle cose di sinistra che Nanni Moretti avrebbe voluto si dicessero.
Le politiche di sicurezza e le retoriche relative vanno di pari passo con l’erosione e la delegittimazione di diritto e diritti, le alimentano e ne sono alimentate. Del resto, il declino del terzo e della mediazione verticale è stato uno degli obbiettivi delle politiche neoliberali. Le quali hanno successo, anche perché ciò che siamo soliti invocare come la cultura dei diritti, magari associandola a una supposta, e immaginaria, cultura occidentale, è sempre stata una cultura minoritaria. I diritti umani, come sappiamo, nascono da un genocidio: che siano stati inventati da Las Casas a difesa dei nativi, o da De Vitoria per giustificarne il massacro, versione che preferisco, possiamo comunque considerarli un pharmakon, ossia insieme veleno e cura del loro stesso veleno. Ricordo qui la critica femminista che, prima ancora di quella post e decoloniale, decostruisce il soggetto dei diritti e del diritto della modernità europea, falsamente neutro e universale, e invece storicamente incarnato in un maschio bianco adulto e proprietario. Si dà il caso, però, come a suo tempo ha notato Amartya Sen, che sono precisamente i diritti umani a essere richiamati e invocati in giro per il mondo, contro le ingiustizie, i massacri, i soprusi, i genocidi, le guerre, e che, leggendo bene le diverse storie delle diverse società, questa idea può essere rintracciata in molte altre culture. Le quali, tutte, comprese quelle dei cosiddetti popoli originari, sono continuamente prodotti di intrecci e mescolamenti, percorse da conflitti, in una parola costitutivamente multiculturali. Il disconoscimento di questo fatto conduce ai muri, ai confini, alla ricerca di una purezza identitaria, ai genocidi, alle guerre.
La società piatta della retorica neoliberale, e della retorica della sicurezza, in cui ci sono solo buoni e cattivi, vittime e carnefici, ha innescato una deriva identitaria sottesa per l’appunto all’assunzione dello statuto di vittima (meritevole), e una rincorsa a chi è più vittima. Ne viene una frammentazione che coinvolge anche molti movimenti. La moltiplicazione delle sigle, tutte disposte in orizzontale, non può venir superata semplicemente richiamandosi all’intersezionalità. Il problema è piuttosto quello di recuperare la dimensione verticale, sfidare la retorica dell’orizzontalità. E, da questo punto di vista, il diritto, anche quello penale, ha un ruolo da svolgere.
La giustizia penale che conosciamo è classista, razzista, sessista. Ma quali sono le alternative? A parte l’abolizione della pena carceraria, che credo ci trovi tutti/e d’accordo, nelle nostre riflessioni, analisi e conflitti ne compaiono, fin dall’inizio della nostra avventura, soprattutto due: l’abolizionismo penale e il diritto penale minimo. Dico subito che ambedue sono, oggi in particolare, utopie. Disegnano tuttavia due diversi orizzonti politici. A me pare che l’abolizionismo penale (e con esso la cosiddetta giustizia trasformativa) condivida alcuni aspetti della razionalità neoliberale, e li coniughi con altri che invece ne sembrano una critica.
Tra i primi: l’orizzontalizzazione, la moralizzazione e la privatizzazione del conflitto, tra i secondi: il sogno comunitarista e la romanticizzazione dei popoli “altri” (Maureen Cain). Una lettura non troppo diversa da questa l’aveva fatta Massimo Pavarini, nella sua introduzione all’edizione italiana di Limits to Pain di Nils Christie. L’abolizionismo penale, non a caso di derivazione anarchica, e la cosiddetta giustizia trasformativa, si basano sull’idea, o meglio sull’illusione, che fare a meno delle pene legali voglia dire eliminare le punizioni, come se abolire le norme penali equivalesse a eliminare le norme sociali. Ma vale ricordare che non c’è un fuori dalle istituzioni.
Chiunque abbia studiato una qualche scienza sociale sa che viviamo immerse/i in un universo di norme, solo alcune delle quali sono giuridiche, accompagnate ovviamente da sanzioni, non necessariamente meno afflittive di quelle penali. Possiamo/dobbiamo abolire il carcere, diminuire drasticamente le fattispecie penali, lavorare per mutare l’attuale senso comune punitivista, tutte cose, in questa temperie culturale, già abbastanza utopistiche, ma abolire il diritto penale a me pare un ritorno a un passato senza garanzie, e ci stiamo già arrivando anche senza abolirlo, grazie anche, paradossalmente, all’inflazione delle leggi penali.
Il diritto penale minimo è, se non altro, universalista, figlio di quell’illuminismo oggi sotto accusa da parte di molta letteratura decoloniale (la critica dell’illuminismo, naturalmente, è antica quanto l’illuminismo stesso) e rimanda, appunto, alla tutela di quei diritti fondamentali oggi sotto attacco da parte delle destre di tutto il mondo. Il diritto, anche quello penale, è Terzo, del Terzo c’è gran bisogno, e già è parecchio indebolito, dando luogo, come dice Supiot, a rapporti di tipo feudale. Non mi pare il caso di pensare di abolirlo. In conclusione, avremo un bel daffare negli anni a venire: ciò che chiamiamo questione criminale si sta allargando a dismisura, e così dovrà allargarsi anche il nostro orizzonte.
Scheda - “Le trasformazioni del controllo sociale. 50 anni di studi sulla questione criminale”, questo il titolo della tre giorni di convegno a Bologna, promosso dalla rivista “Studi sulla questione criminale”, erede diretta delle storiche riviste della criminologia critica italiana, fondate e dirette da Alessandro Baratta, Franco Bricola, Massimo Pavarini, Dario Melossi e Tamar Pitch - sua la relazione di apertura, di cui pubblichiamo ampi stralci. A seguire, tre sessioni plenarie (cambiamento sociale e questione criminale, carcere e diritto penale tra garantismo e abolizionismo e quella finale, dedicata a Massimo Pavarini nel decennale della morte, su ordine pubblico e sicurezza urbana), 15 panel e due keynote speech su guerra e difesa sociale. Tra gli altri ospiti, Luigi Ferrajoli, Mauro Palma, Patrizio Gonnella, Alessandra Algostino. Info: https://studiquestionecriminale.wordpress.com











