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di Nicolas Lozito

La Stampa, 30 maggio 2022

A causa del conflitto, nel porto di Odessa sono bloccate 25 milioni di tonnellate di grano, mais e cereali ucraini. Lo stallo, unito alla volatilità dei prezzi e ai cambiamenti climatici, aumenta l’insicurezza alimentare globale: quest’anno potrebbe colpire 1 miliardo di persone.

Dopo la pandemia, dopo la guerra, ora la fame. A causa dell’invasione russa, nei silos del porto di Odessa sono bloccati 25 milioni di tonnellate di grano, mais e altri cereali, in attesa di essere esportati ai Paesi che dipendono dalle materie prime alimentari ucraine per la produzione di cibo. Le scorte internazionali diminuiscono, i prezzi salgono e si allarga la crisi alimentare, che rischia di esplodere nei prossimi mesi.

La situazione di stallo prosegue da mesi, ma negli ultimi giorni è diventata uno dei temi più importanti dei negoziati internazionali. È proprio il premier italiano Draghi che sta provando a mediare una tregua. Nella giornata di sabato anche Olaf Scholz, cancelliere tedesco, e Emanuel Macron, presidente francese, hanno provato a triangolare una trattativa con Vladimir Putin. L’obiettivo sarebbe creare un corridoio alimentare per riaprire le rotte via mare del grano ucraino.

Il tempo è sempre meno, per due motivi. Primo, la crisi alimentare sta colpendo i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente fortemente dipendenti dalle forniture ucraine e russe. E secondo, fra meno di un mese inizierà il raccolto estivo: se non si trova il modo di svuotare depositi e silos del vecchio raccolto, il rischio è che molte materie prime finiscano per marcire.

Il valore dell’export russo e ucraino - L’Ucraina, infatti, è il quinto esportato di grano al mondo, e il primo nell’export dell’olio di semi. La tradizione agricola ucraina, che fino all’anno scorso contribuiva al 10% del Pil nazionale, ha radici storiche profonde: non è un caso che la bandiera ucraina sia gialla e blu: il giallo rappresenta i campi di grano, l’azzurro il cielo oltre l’orizzonte. Anche la Russia è un fondamentale esportatore di materie prime alimentari. Fino all’anno scorso, Russia e Ucraina esportavano così tanti prodotti alimentari da supplire al 12% del consumo calorico globale. In altre parole, questi due paesi contribuivano a più di un decimo della dieta del mondo. Insieme, esportavano il 29% dell’orzo commerciato in tutto il mondo, il 28% del grano, il 15% del granoturco. E il 75% dell’olio di girasole.

L’export ucraino è interrotto dal primo giorno di guerra. Il territorio è devastato dai bombardamenti: sono stati colpiti i campi coltivati, gli stock di fertilizzante, allevamenti e infrastrutture idriche. Quest’anno si coltiverà almeno il 30% in meno dei cereali del 2021. E le scorte pregresse, non riescono a uscire dal Paese. Fino a pochi mesi fa il 98% delle materie prime alimentari usciva via mare, dirette verso il Nord Africa e il Medio Oriente, in particolare dal porto di Odessa. Ma le sue acque sono piene di mine piazzate dall’esercito ucraino.

Gli ucraini non sembrano pronti a sminare le acque di fronte a Odessa, per paura di un attacco anfibio a sorpresa. D’altra parte, i russi non vogliono concedere una tregua e così interrompere la loro offensiva sull’est e il sud del Paese. Il Mar Nero è ostaggio della guerra e Mosca teme, inoltre, che l’arrivo di navi occidentali a Odessa possa fornire nuovi armamenti e rifornimenti all’esercito ucraino. Dopo quasi 100 giorni di conflitto, le parti non si fidano l’una dell’altra. Ma anche davanti a una possibile tregua russa, i problemi non svanirebbero all’istante: minare le acque è semplice, sminare è molto più complesso. Anche le esportazioni russe di materie prime alimentari hanno subito rallentamenti. Le sanzioni economico-finanziarie non colpiscono direttamente il mercato dei cereali, ma lo scenario di guerra ha reso poco opportuni gli affari con i fornitori russi.

Il cibo come arma - Il cibo si è trasformato in un’arma. Secondo la Fao 53 Paesi dipendono almeno al 30% dal grano russo e ucraino; e 26 ben oltre il 50%. Nel mondo quattro Paesi su cinque importano più cibo di quanto esportano. In altre parole, il tanto cibo che consumiamo viene prodotto in pochi Paesi Come ha scritto Carlo Petrini su La Stampa, “la sovranità alimentare non esiste più da decenni”.

È anche per questo motivo che oggi il mondo fatica a trovare una soluzione rapida alla crisi del grano ucraino. Il direttore del World Food Programme, David Beasley, già a febbraio aveva detto: “Se non affrontiamo subito la questione, nei prossimi nove mesi vedremo carestie, destabilizzazioni nazionali e migrazioni di massa”. Il Programma alimentare mondiale dà cibo a 115 milioni di persone che soffrono la carestia in tutto il mondo. Il 50% delle derrate alimentari fornite dall’organizzazione umanitaria dipendono proprio dal grano ucraino.

Proprio come le forniture di gas russo, è difficile sostituire da un giorno all’altro le materie alimentari di Mosca e Kiev. Anche perché coltivare grano ha perso redditività. Per almeno tre fattori: la volatilità dei prezzi, dettata proprio dall’incertezze di questi ultimi anni post-pandemici e dell’inflazione; i costi di energia e fertilizzanti crescenti; la resa scostante dei raccolti. Molti agricoltori, scoraggiati dai margini di guadagno sempre più basso, convertono i propri campi in colture per mangimi o per produrre bio-carburanti: costano meno, rendono di più.

Non solo: sempre più Stati, spaventati dalla situazione, stanno vietando le esportazioni, in un’ondata di vero e proprio protezionismo applicato ai cereali. India, Cina, Kazakistan, Kuwait: sono 23 i Paesi che hanno applicato nuove restrizioni, bloccando l’equivalente del 15% delle calorie commerciate nel mondo.

L’effetto moltiplicatore del cambiamento climatico - Le ripercussioni economico-sociali ricadono sui Paesi più poveri, dove il costo del cibo incide per più di un quarto del reddito e buona parte della dieta si basa proprio sul pane. Come in Egitto, fortemente dipendente dalla fornitura ucraina e dove il 40% del reddito va consumato per l’alimentazione. A oggi il prezzo del grano è aumentato di più del 50%. C’è un’altra causa dietro la crisi alimentare che sta colpendo il Pianeta. Si tratta del cambiamento climatico, che agisce come moltiplicatore di vulnerabilità. Il divieto indiano all’export di grano nasce proprio per far fronte al caldo estremo che ha colpito i raccolti e ne diminuirà la resa. La Cina ha rivisto le stime dei suoi raccolti dopo che negli scorsi mesi ha piovuto troppo poco. La siccità colpisce il Corno d’Africa, ma anche l’Europa e l’America. L’altra faccia della medaglia del grande caldo sono gli eventi meteorologici estremi: tempeste, uragani e alluvioni, che nascono proprio perché una temperatura media maggiore accelera l’evaporazione dell’acqua e la formazione delle nuvole. Secondo le stime delle Nazioni unite, negli ultimi vent’anni gli eventi meteo estremi sono aumentati dell’83% rispetto al ventennio precedente. E in futuro potrebbero crescere in maniera esponenziale. Nell’era del caos climatico, l’agricoltura è il primo settore a essere colpito.

Il diritto negato alla sicurezza alimentare - Pandemia, guerra, climate change provocano una crescente insicurezza alimentare globale. Dalla seconda guerra mondiale in poi il numero di persone malnutrite è diminuito sempre, ma il trend si è invertito dal 2015. Da sette anni il numero di persone che vive in situazione di insicurezza alimentare è cresciuto. Nel 2020 secondo la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, erano più di 800 milioni, ma quest’anno si rischia di superare il miliardo. Una persona su otto.

La sicurezza alimentare, così come il diritto al cibo, sono due fondamentali cardini degli obiettivi di sviluppo prefissati dalla comunità internazionali. Per sicurezza alimentare esiste, secondo la definizione della Fao: “quando tutti gli esseri umani hanno, in ogni momento, l’opportunità fisica, sociale ed economica di ottenere cibo sufficiente, sano e nutriente per consentire loro di soddisfare le proprie esigenze e preferenze alimentari per condurre una vita sana e attiva”. Alla luce di questa definizione, il diritto al cibo è oggi un diritto negato.

Oggi il mondo produce 4 miliardi di tonnellate di cibo all’anno. Mai così tante nella storia. Eppure almeno un quarto va sprecato. Secondo un celebre studio pubblicato nel 2012 sul Journal of Sustainable Agriculture, tutto il cibo prodotto nel mondo potrebbe sfamare in media una popolazione di 10 miliardi di persone. Due miliardi in più di quanti abitano il pianeta ora.