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di Conchita Sannino

La Repubblica, 3 aprile 2025

Archiviato. Niente incompatibilità ambientale, secondo il plenum del Consiglio superiore della magistratura. Niente “foglio di via” per il magistrato sgradito alla destra. Stefano Musolino, il procuratore aggiunto antimafia di Reggio Calabria, già sotto scorta per minacce della ‘ndrangheta, nonché segretario generale di Magistratura democratica (la corrente di sinistra delle toghe) non ha leso la sua imparzialità né indipendenza, partecipando - lo scorso 19 ottobre, a Reggio - a quel dibattito in un centro sociale culturale in cui aveva espresso le sue pacate critiche all’impianto del ddl sicurezza: finendo, per questo motivo, sotto gli attacchi di esponenti della maggioranza e dei giornali di area governativa. Qualche giorno dopo, Musolino si era attirato altri attacchi per aver partecipato a un talk politico in tv, su La 7, in cui aveva detto che “non esiste un’imparzialità come condizione pre-data, come stato del magistrato: l’imparzialità è qualcosa verso cui si tende”.

Il Csm ha respinto la pratica a maggioranza con 20 voti a favore. Non ha partecipato al voto il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli. Cinque i voti contrari dei laici di centrodestra: Bertolini, Eccher (entrambe firmatarie di quella pratica) con Giuffré, Aimi e Bianchini. Due le astensioni: quelle del consigliere Michele Papa, laico di area M5S, e della prima presidente di Cassazione, Margherita Cassano. Ha votato invece a favore dell’archiviazione l’altro membro di diritto, il neo Procuratore generale presso la suprema Corte, Pietro Gaeta. In linea con il sì dei togati di tutti i gruppi (non hanno partecipato al voto i magistrati Abenavoli e Scaletta, ed era assente il collega Nicotra). Non sono mancati riferimenti allo scontro ormai in corso da mesi, e ai tentativi di “frenare” o “limitare” l’espressione del libero pensiero dei magistrati. A senso unico, secondo alcuni. Tanto che in Csm è risuonato più volte il nome di Alfredo Mantovano, magistrato di Mi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, oggi uomo di punta del governo Meloni. È stato il togato Marco Bisogni, dei centristi di Unicost, a citare in plenum alcune legittime osservazioni espresse contro il ddl Zan da Mantovano, che nel 2020 era approdato in Cassazione dopo le esperienze da parlamentare della destra (senatore di An, poi deputato e di nuovo sottosegretario nel governo berlusconiano), definendo “liberticide” il disegno di legge della sinistra. “Si punisce un modo di pensare, e ancor prima di essere: il che giustifica - aveva scandito Mantovano - la qualifica, che ammetto essere forte, di liberticida conferita alla normativa che oggi viene proposta”.

Un acceso dibattito tra consiglieri ha infatti riproposto da un lato il tema della pretestuosità di “pratiche aperte esclusivamente su un caso singolo, su un magistrato ritenuto ‘toga rossa’, mentre fingiamo di dimenticare casi di autorevoli altre toghe che hanno assunto funzioni politiche e poi sono tornate nei ranghi alti della magistratura “ (come rilevato ad esempio anche dall’indipendente Roberto Fontana, dai togati di Area e Md, Marcello Basilico e Domenica Miele); e dall’altro lato, ha ripreso la discussione su quale sia, “nel 2025, l’immagine della imparzialità da preservare, e dell’opportunità che un magistrato partecipi a dibattiti che escono fuori dall’ambito del contributo tecnico (com’è stato sottolineato dalla presidente Cassano e da Papa).

È stato il relatore Tullio Morello (togato di Area) a sottolineare la necessità dell’archiviazione di quella pratica: poiché gli interventi di Musolino, prima live durante l’incontro pubblico in Calabria e poi in tv, contro i rischi “di criminalizzazione del dissenso” costituiscono solo, secondo il parere della maggioranza della Prima commissione, “un’espressione del diritto di manifestazione del pensiero, i cui eventuali limiti deontologici sono estranei al perimetro di questa delibera, nell’ambito di un più ampio dibattito pubblico su norme innovative, da cui non possono farsi discendere, sic et simpliciter, profili di appannamento dell’immagine del medesimo magistrato”.

Non ricorrevano dunque in alcun modo gli estremi per valutare l’articolo 2 della legge sulle guarentigie. Un’ipotesi questa, accuratamente smontata in apertura del dibattito dal laico Roberto Romboli, il costituzionalista di area Pd, che ha sottolineato come quella pratica “non presentava alcun presupposto per incardinare un profilo eventuale di incompatibilità”. È la conclusione di tutti i togati che votano compatti.

“Oggi abbiamo compreso che è impossibile pretendere dai magistrati italiani riserbo e sobrietà quando parlano in pubblico”, commentano a margine le laiche di Lega e FdI, Isabella Bertolini e Claudia Eccher. “Il Csm non ha colto l’assoluta inopportunità della condotta di Musolino che mina in radice il principio costituzionale di terzietà ed imparzialità del magistrato. Anzi, durante il dibattito in plenum abbiamo addirittura ascoltato da alcuni illustri magistrati che è un bene che si sappia quali siano le idee politiche del magistrato e che non bisogna quindi farne mistero. Peccato che i cittadini non possano stabilire da quali magistrati farsi giudicare”, affondano.

Sceglie invece di riflettere su “un’altra occasione mancata”, la presidente Cassano. “Devo confessare un profondo disagio nella trattazione di questa pratica - sottolinea il vertice della Cassazione - Perché condivido l’analisi del consigliere Romboli, il caso che si esamina qui (Musolino che partecipa a un dibattito pubblico, ndr) non giustifica il richiamo all’articolo 2, e quanto ad eventuali profili disciplinari sarà il Procuratore generale a valutare”. Ma esiste, per Cassano, “una zona intermedia su cui questo Consiglio ha rinunciato ancora una volta ad interrogarsi e a discutere. Mentre forse noi come Csm abbiamo il compito, e il dovere, di elaborare un punto di vista su come interpretare, nel 2025, l’immagine di imparzialità del magistrato e la sua responsabilità nella legittima libera espressione del pensiero, nell’epoca dei social media. È un tema che penso sia ipocrita lasciar cadere. Personalmente penso che il magistrato abbia un dovere di riserbo istituzionale, ma forse sono più vecchia di voi ed ho una visione superata. Credo tuttavia che, se non si adotterà un self-restrain, tutto questo si trasformerà in un boomerang per la magistratura”. Parole a cui il consigliere Basilico aggiunge, tuttavia, una considerazione: “L’asetticità non esiste, non solo in magistratura, ma in relazione a ciascun essere umano. Ed archiviare questa pratica significa non cedere a smottamenti e scivolamenti pericolosi, rispetto allo stato di diritto”.

Chiude il togato Morello cogliendo la ricchezza del dibattito, con un accento polemico sul Csm del futuro, che - nel caso di approvazione e referendum favorevole alla riforma Nordio - prevede il sorteggio dei componenti. “Rilevo che in maniera serena e nel rispetto di chi coltiva idee diverse, forse abbiamo dato al Paese una bella testimonianza di democrazia assembleare. La riforma al vaglio del Parlamento vuole invece - dice Morello - un Csm dove non si conoscono neppure le idee delle persone che saranno i futuri componenti: persone che potrebbero non averne affatto o averne di uguali, le une alle altre. E in tal caso l’organo di autogoverno ne uscirebbe indebolito e mortificato”.