di Domenico Forgione
Il Dubbio, 29 giugno 2026
Arriviamo a Reggio Calabria che sono passate le 6, quasi tre ore dopo l’inizio dell’incubo. In una stanza mi prendono le impronte digitali, misurano l’altezza, scattano le foto segnaletiche. In tarda mattinata scendo la scalinata della Questura, accompagnato da due poliziotti che mi raccomandano di tenere le manette nascoste sotto le maniche del giaccone. Dal lato opposto della strada ho puntati contro i teleobiettivi del plotone d’esecuzione. Partiamo a sirene spiegate, che vengono spente quando imbocchiamo l’autostrada. Lo show è finito. Al carcere di Palmi la prima tappa è nell’ufficio matricola, a seguire visita medica e ispezione corporale. Mi spoglio davanti a due agenti che mi fanno accovacciare: una manovra che consente di accertare che non nasconda qualcosa nell’ano. Nudo e ubbidiente agli ordini, realizzo che da adesso in poi la mia volontà non conterà niente. È scivolata tra le dita di lattice che tastano il mio corpo.
Vengo infine accompagnato nella cella e per la prima volta odo il tonfo metallico degli scatti che chiudono il pesante cancello alle mie spalle. Tre detenuti stanno cenando: c’è un buon profumo di sugo con la nduja ma non ho fame, nonostante sia digiuno da un giorno. Assaggio comunque qualche forchettata di fusilli. Luigi e Francesco mi preparano il letto, secondo una prassi consolidata per i “nuovi giunti”. Luigi è abilissimo nel sistemare delle palline di carta ai quattro angoli del coprimaterasso, che arrotola e tira in modo da renderlo il più aderente possibile al materasso già spolverato con abbondante borotalco, insieme al cuscino. Nella cella si diffonde un profumo di infanzia fuori luogo. Lenzuolo e coperta vengono quindi annodati sotto il materasso, con una tecnica efficace.
Nella prima settimana farò soltanto acquisti “personali”. Sono esentato dalla spesa relativa alla gestione comune della cella: generi alimentari, detersivi e “cose di casa”. Sono inoltre dispensato dal fare pulizie. Dovrò soltanto stare attento e imparare le dinamiche e le regole della convivenza. Una vera e propria formazione sul campo. Alle 21.00 viene chiusa la porta blindata e si spegne la luce. Sono fisicamente distrutto e mi addormento quasi subito. Mi sveglio verso le due e poi ancora altre volte, anche a causa della “conta” dell’agente che apre lo spioncino e con una torcia illumina i volti dei detenuti in piena notte. La mattina dopo scopro il rituale della “battitura”, che viene ripetuta alle 13.00, tutti i giorni: un paio di colpi di manganello alle sbarre delle finestre, con i quali una guardia ne verifica l’integrità.
Non abbiamo il frigorifero. Al suo posto, un frigo termico di quelli che si portano in spiaggia. Per mantenere fresche le poche cose che ci stanno dentro, abbiamo a disposizione dei “siberini”, che vengono sostituiti quotidianamente. Il contenitore è troppo piccolo per conservarvi anche qualche bottiglia, per cui beviamo acqua calda, bollente a mano a mano che si avvicina l’estate. Non abbiamo neanche i congelatori “comuni”: quando arriva il pacco da casa si divide il contenuto con altri detenuti, in modo da consumare gli alimenti prima che vadano in malora.
Per i detenuti, la domenica è il giorno più lungo e triste della settimana. Non c’è la consegna della posta, il gancio con l’esterno che fa sentire vivo anche chi si trova sepolto in carcere. Non è inoltre prevista la saletta, il luogo delle sfide a briscola, scopone, burraco e ping-pong. Si esce dalla cella soltanto per le ore d’aria nel cortile: al rientro pomeridiano, poco prima delle 16.00, è già tempo di darsi la buonanotte. È però anche il giorno dedicato alla preparazione di torte o della pizza. Il “forno” consiste in una padella sulla quale va appoggiata la “campana” (una pentola bucherellata come quella per le caldarroste), che viene posto sul fornellino da campeggio, mentre i bruciatori di due fornellini ai quali è stato smontato il piatto vengono inseriti in due fessure, ai lati della campana. Accendere i fornellini laterali, regolare la fiamma e capovolgere la campana è una manovra delicata, da eseguire velocemente e che necessita di un elevato livello di manualità. Per un giorno, nel reparto si respira odore di dolci e di festa, o la spensieratezza di una serata in pizzeria.
Per quattro mesi è questa la mia routine, prima del trasferimento di fine giugno, sotto un sole cocente. Il furgone è una fornace. Si sta molto scomodi, stretti tra lo schienale in plastica e le sbarre che separano i due vani. I bocchettoni dell’aria climatizzata, dietro, sono chiusi. Io e il mio compagno di viaggio teniamo le ginocchia appoggiate alle sbarre che chiudono uno spazio di neanche un metro quadrato. Il peso delle manette ai polsi crea solchi sulla pelle e, anche se tento di tenerle appoggiate sulle gambe, sento ugualmente molto dolore. Facciamo due soste in autogrill, giusto il tempo di andare in bagno. Un agente mi fa scendere tirandomi dalle manette, sotto lo sguardo dei curiosi. Per tutto il viaggio abbiamo a disposizione un panino e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Quando arriviamo a Santa Maria Capua Vetere, sei ore dopo la partenza, ho sete. Tanta sete.
La giornata è ancora lunga. Entriamo e usciamo da celle di sosta fatiscenti, luride e bollenti. Quella accanto all’ufficio matricola è disumana. L’impressione è che ci parcheggino qua per colpire la nostra dignità di uomini e per fiaccare il nostro spirito. L’aria è irrespirabile, sembra di inalare calce. Per non asfissiare stiamo incollati all’unica finestra con le sbarre, accanto ad un water lurido. Le mura sono scrostate e umide. Accostata ad una parete, una branda arrugginita con un materasso insozzato e coperto di polvere. Sotto un vecchio tavolino, il foglio di un rotolone di carta imbrattato di feci. Sulle mura ci sono incisi nomi, cuori, frasi oscene e un fallo lungo quasi quanto l’intera parete.
Quando veniamo accompagnati nella cella sono le 18. Siamo sfibrati, affamati e assetati, frastornati. Eppure non è ancora finita. La cella dell’isolamento è “liscia” e sporchissima: due brande, un tavolino, due sgabelli, il televisore, un mini-frigorifero che guardo stupito. Non vedo un frigorifero da quattro mesi. Una guardia ci consegna una scopa, una bottiglia di candeggina, due stracci e due spugne. Iniziamo dalle bilancette, in modo da potere sistemare dentro ciò che abbiamo portato con noi e per liberare il pavimento dall’ingombro dei borsoni. Passiamo alle brande e agli infissi, che sono sudici. Quindi laviamo la cucina e il bagno. Nel water ci sono tracce di feci, ma non c’è lo spazzolino, né ci hanno fornito dei guanti. Tocca lavare a mani nude. Dopo avere ordinato i letti finalmente mangiamo qualcosa: un panino che un detenuto ci passa dalla cella accanto, con salame e pecorino.
Ci mettiamo a letto, ma è impossibile dormire. La cella è invasa da zanzare che entrano dalle finestre, sotto le quali fa bella mostra una montagna di spazzatura affollatissima di gatti e gabbiani il cui verso accompagnerà costantemente le nostre ore. Mi guardo i polsi ancora doloranti. Le giornate sono torride e lunghissime, si suda anche a stare fermi. Fa troppo caldo per pensare di passeggiare sotto il sole. Preferisco farlo dentro la cella, cinque passi in avanti e cinque indietro. Nel cortile - una vasca in cemento dalle mura altissime - non c’è un angolo d’ombra. Molti detenuti ci vanno in ciabatte, pantaloncini e a torso nudo. Dentro le celle, invece, bagnano le magliette e le indossano, per cercare di ottenere un minimo di refrigerio.
Terminata la quarantena, veniamo trasferiti nel reparto. La cella è vecchia, priva di doccia e di acqua calda, le pareti sono scrostate e di un colore cupo. Per lavarsi bisogna fare richiesta e utilizzare (tra le 8.30 e le 16.00) le docce comuni che si trovano nel corridoio. Durante il giorno più volte cerco di darmi una rinfrescata lavandomi “a pezzi” con l’acqua fredda, color ruggine, del lavandino e del bidet. Nonostante asciughi bene le orecchie, dentro resta sempre una patina simile alla creta.
Non so fare il “canotto”, un rimedio curioso adottato dai detenuti per fare la doccia… senza doccia. Si taglia un sacco grande della spazzatura in modo da ricavarne un rettangolo, quindi si annodano i quattro angoli al collo di quattro bottiglie di plastica. Il detenuto vi entra dentro e si versa addosso un paio di bottiglie d’acqua, che resta all’interno del “canotto” senza bagnare eccessivamente il pavimento. Finita la doccia, gli angoli del canotto vengono afferrati con le mani e si procede al suo svuotamento nel water.
Il caldo non aiuta chi già non gode di buona salute. Mi trovo nelle docce comuni quando un detenuto chiede aiuto urlando. Sta soccorrendo Antonio, un ragazzo di circa trent’anni che mi ha colpito per i molti tic del viso e del corpo, oltre che per quel “pam pam” che ripete mentre parla. Nel cortile, sta sempre seduto su un gradino, o in piedi, con le spalle appoggiate al muro. Tiene la testa tra le mani e ondeggia avanti e indietro con il busto. Imbottito di psicofarmaci, guarda nel vuoto e sembra stanchissimo, intorpidito. Ogni tanto perde la conoscenza e allora è un chiamare a voce alta la guardia, per soccorrerlo e portarlo in infermeria.
Esco di corsa in accappatoio e mi dirigo verso di loro. Antonio non è svenuto, ma è completamente assente: un sacco che si affloscia su sé stesso. Lo afferriamo dalle ascelle e dalle gambe e lo trasportiamo nella sua cella, dove per regolamento non potremmo entrare. Nel frattempo giunge un altro detenuto, di rientro dal cortile. Antonio sta sempre più male. I due chiamano l’appuntato di sezione, poi prendono Antonio in braccio e si avviano verso le scale per portarlo in infermeria. Cerco lo sguardo dell’agente e non mi trattengo: “Dovreste fare qualcosa, una relazione, chiedere provvedimenti adeguati. Questo poveraccio in carcere rischia di morire. Dovrebbe stare in un centro clinico, non qua”. Mi sembra dispiaciuto, quasi rassegnato. Ma non dice niente e si allontana senza replicare.










