di Gianni Alemanno e Fabio Falbo
L’Unità, 29 aprile 2026
Giovedì, nell’area carceraria comune, con la coda dell’occhio vediamo passare una barella, sopra un corpo completamente coperto. Poco dopo scopriamo che Andrea si è impiccato alla finestra del bagno. “Era un bravo ragazzo - dice l’ispettore - ma da un po’ di tempo faceva discorsi confusi: non stava bene”. Aveva chiesto un permesso per passare qualche ora con la sua compagna e il suo bambino, gli era stato negato. Nel primo pomeriggio di giovedì eravamo davanti all’aula universitaria di Tor Vergata, nell’area carceraria comune, dove si incrociano persone detenute di tutti i bracci. Con la coda dell’occhio vediamo passare una barella, ma il corpo che vi è adagiato è completamente coperto fino alla testa.
Poco dopo ci arriva la notizia: Andrea Ben Maatoug, cittadino italiano di 36 anni (da compiere il 29 aprile prossimo), detenuto nel braccio G11, si è tolto la vita impiccandosi in cella. Si incrociano le voci, ci viene detto che lavorava nella cucina centrale, decidiamo di passare di lì per incontrare i suoi colleghi di lavoro. Ci vengono incontro con gli indumenti di cucina previsti dai regolamenti sanitari, sembrano tanti chirurghi usciti da una sala operatoria. Ma il loro sguardo è vuoto, gli occhi lucidi. Anche l’ispettore della Penitenziaria preposto alla cucina è costernato. “Andrea era un bravo ragazzo, amico di tutti, ma da tempo faceva discorsi confusi, diceva di avere delle visioni, non stava bene con la testa” ci dicono queste persone, detenute e detenenti. Si intuisce l’angoscia che viene dalla domanda inespressa: “abbiamo fatto abbastanza per evitare questo tragico epilogo?”.
Nei giorni successivi si aggiungono altri particolari. Andrea aveva un figliastro detenuto con lui e aveva chiesto un permesso per passare qualche ora con la sua compagna e con il figlio di 10 anni. Ma questo permesso, non si sa perché, era stato rigettato. Aveva appena terminato il suo turno di lavoro in cucina, un’attività ordinaria, quotidiana, che racconta di una persona inserita nella vita dell’istituto. Rientrato nel reparto G11, si era ritirato nella sua cella, poco dopo un compagno andando in bagno l’ha trovato impiccato alla finestra del bagno. “Nonostante il tempestivo intervento del personale di polizia penitenziaria, che ha operato con encomiabile dedizione nel tentativo di salvare la vita al ristretto, l’esito è stato purtroppo fatale” recita un comunicato stampa diffuso venerdì scorso dal Sindacato OSAPP della Polizia Penitenziaria. Si deve a questo comunicato se questa volta, a differenza di altri casi passati, la notizia del suicidio in carcere è stata diffusa agli organi di stampa, sollevando peraltro poca attenzione. Non dovrebbe essere l’Amministrazione penitenziaria a dare la notizia ufficiale di queste tragedie, anche per provare a offrire una spiegazione dell’accaduto e per spingere l’opinione pubblica e la politica a riflettere sulla situazione delle carceri italiane? Domenica, durante la Santa Messa, Padre Lucio ci ha detto che con Andrea siamo già a 18 suicidi di persone detenute dall’inizio dell’anno. La morte di un uomo in carcere non è mai un fatto privato, è sempre un fallimento pubblico. Il carcere è un luogo chiuso, integralmente governato dall’Amministrazione pubblica, dove ogni aspetto della vita è regolato, vigilato, deciso dall’esterno, chi vi è ristretto non può allontanarsi, non può cercare aiuto altrove, non può sottrarsi. Se una persona arriva a togliersi la vita in questo contesto, significa che il dovere di cura, protezione e tutela è venuto meno, non necessariamente per un singolo errore, ma per una serie di scelte sistemiche. Il sovraffollamento produce condizioni disumane e degradanti ormai strutturali, che continuano però a essere disconosciute, anche quando vengono richieste forme di ristoro o di riconoscimento giudiziario, secondo quanto previsto dalla legge.
In un simile contesto mancano gli psicologi, gli psichiatri, gli educatori, manca il tempo necessario per ascoltare davvero le persone. A presidiare quotidianamente la dimensione umana restano spesso solo cappellani, pastori e volontari, figure preziose ma che non possono e non devono sostituire lo Stato nei suoi obblighi fondamentali. Diventa allora imprescindibile porsi domande semplici e concrete. Quanti colloqui aveva avuto Andrea con uno psicologo, con uno psichiatra, con un educatore? Anche perché lo sapevano tutti che stava attraversando un periodo difficile. Il rigetto del permesso per andare a trovare la famiglia è stato valutato anche nel suo impatto emotivo e trattamentale, oppure è stato deciso come un atto automatico, scollegato dalle condizioni reali della persona che lo subiva? Il Tribunale di Catanzaro ha recentemente condannato il Ministero della Giustizia a risarcire con 400 mila euro la famiglia di una persona detenuta suicidatosi nel carcere di Alghero, riconoscendo la responsabilità dell’Amministrazione per la mancata attuazione di misure di tutela, pur formalmente previste. Una decisione che non restituisce una vita, ma afferma un principio fondamentale, una persona detenuta non può essere abbandonata all’inerzia del sistema.
Qui, però, il punto non è il risarcimento, nessuna somma colma il vuoto lasciato da Andrea a un figlio di soli 10 anni, il punto è quello di evitare che i suicidi continuino a ripetersi e questa necessità chiama direttamente in causa la politica. Perché si ricorre con tanta facilità ai Decreti Legge per introdurre nuove norme sulla sicurezza, nuovi reati, nuovi strumenti di controllo e non si utilizza mai uno strumento legislativo, anche meno immediato, per affrontare l’urgenza più evidente del sistema penitenziario italiano che è quella di decongestionare le strutture? Possibile che non si comprenda come questa politica alimenti esattamente le condizioni che portano a tragedie come quella avvenuta a Rebibbia?
Torniamo al comunicato del Sindacato OSAPP: “Nella tarda serata di venerdì 24, alla sezione C del piano terra del G11 un gruppo di detenuti di nazionalità magrebina ha innescato una violenta rivolta: utilizzando una branda come ariete, hanno forzato il cancello della stanza detentiva, appiccando incendi ai materassi. Solo ed esclusivamente grazie alla straordinaria prontezza, al coraggio e alla professionalità del personale presente, che ha operato in condizioni di estremo pericolo, è stato possibile evitare conseguenze ancora più catastrofiche.” E il comunicato conclude: “è necessario far emergere i numeri di una debacle gestionale: Rebibbia, a fronte di una capienza regolamentare di circa 1.100 unità, ne ospita attualmente circa 1.700, con una gravissima carenza di personale di Polizia penitenziaria pari a 200 unità. Un sovraffollamento cronico che l’OSAPP denuncia da tempo, scontrandosi tuttavia con l’indifferenza dell’attuale gestione istituzionale”. Non abbiamo nient’altro da aggiungere. Dobbiamo solo fermare il pensiero su quel ragazzino di 10 anni che non ha più un padre.











