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di Caterina Malavenda

Corriere della Sera, 30 giugno 2024

Il giornalismo d’inchiesta, il modo più calzante per definire anche il lavoro del cronista sotto copertura, per la Cassazione è l’espressione più alta e nobile dell’attività di informazione. C’è una domanda, autorevolmente posta e rivolta in alto loco, che merita una risposta ponderata: se da oggi sia consentito ad un giornalista infiltrarsi in un’organizzazione politica, per registrare e mandare in onda quel che accade durante le riunioni. Se dipendesse dal numero delle volte in cui è già successo, la risposta sarebbe semplice, ma non esaustiva, meglio cercarla fra leggi e sentenze, singolarmente rimaste finora fuori dal dibattito.  Il giornalismo d’inchiesta, il modo più calzante per definire anche il lavoro del cronista sotto copertura, per la Cassazione è l’espressione più alta e nobile dell’attività di informazione e consiste nell’acquisizione diretta, attiva e autonoma della notizia, elaborata e poi diffusa per informare i cittadini su temi di interesse pubblico. E cosa c’è di più interessante di quel che davvero pensa e dice, in riunioni di partito, chi di quelle idee si fa pubblicamente portatore, chiedendo il voto dei cittadini?

Anche la Corte di Strasburgo riconosce la più ampia tutela al giornalismo d’inchiesta, col solo limite del rispetto dei criteri etici e deontologici della professione. È, dunque, qui che occorre cercare la risposta, escludendo che esistano zone franche, foss’anche la sede di un partito o di un sindacato, che la Costituzione tutela da ingerenze esterne, solo se possono violarne la libertà.

Non certo dalle inchieste giornalistiche fatte sotto copertura, quando diversamente sarebbe impossibile portarle a termine, evitando però pressioni indebite o artifici e non è un artificio sanzionato l’uso di un’identità fittizia, il solo modo per infiltrarsi.

Secondo la Corte costituzionale e non solo, la libertà di informazione prevale di massima sui diritti individuali, compresa la privacy, a determinate condizioni, tanto che le opinioni politiche, che sono dati sensibili, possono essere divulgate senza consenso, se sono il cuore nella notizia e certo è una notizia la dissimulazione interessata di quelle reali, a favore di altre politicamente più corrette.    

E se il giornalista non può intercettare conversazioni altrui, può registrare e divulgare quelle cui ha preso parte, se di interesse pubblico e non ci vuole un grande intuito per capire quanto ne abbiano le conversazioni in libertà di chi farà parte della futura classe politica. Bisogna solo decidere se è meglio che il cittadino elettore ignori quel che si teorizza davvero, al riparo da orecchie indiscrete, così perpetuando la sua ignara adesione ai partiti o se non sia più onesto e alla lunga più remunerativo far chiarezza, anche con l’aiuto prezioso del quarto potere, senza indulgere alla tentazione, forte negli altri tre, di tagliargli le unghie.