di Giacinto Carvelli
Quotidiano del Sud, 13 aprile 2026
A Crotone un 22enne con grave patologia psichiatrica detenuto in carcere condizioni considerate incompatibili, l’appello di Nadia Di Rocco, referente di “Quei bravi ragazzi family”. Ha accoltellato un ciclista: condannato per tentato omicidio. “La malattia non si arresta ai cancelli del carcere e lo Stato ha il dovere di farsene carico, soprattutto quando si tratta di soggetti così fragili”. Queste le parole di Nadia Di Rocco, referente dell’associazione “Quei bravi ragazzi family”, a proposito di un ragazzo di 22 anni, affetto da una grave patologia psichiatrica e riconosciuto invalido al 100% con diritto all’accompagnamento, che si trova detenuto nel carcere di Crotone in condizioni che, secondo gli stessi dirigenti dell’associazione, risultano del tutto incompatibili con il suo stato di salute.
Nadia Di Rocco, con la sua associazione, segue la vicenda insieme alla famiglia del giovane e ne descrive tutti i passaggi giudiziari e sanitari, sollevando dubbi sulla scelta della detenzione in istituto penitenziario invece che in una struttura protetta. La stessa referente ricorda che il ragazzo è da tempo in carico al Csm del territorio, seguito con terapie e controlli periodici, e presenta un quadro di fragilità tale da non essere in grado di gestire autonomamente la quotidianità: pur avendo 22 anni all’anagrafe, il suo livello cognitivo viene descritto come quello di un bambino di circa 10 anni. Non entra da solo in un supermercato, non è in grado di orientarsi e necessita di un sostegno costante nei gesti più semplici. Proprio per questo gli è stata riconosciuta un’invalidità totale e la necessità dell’accompagnamento.
L’episodio che ha portato alla condanna risale al 30 ottobre. Il giovane si trovava in auto, parcheggiata in prossimità di una pista ciclabile, insieme alla madre e a un’amica della donna, mentre il padre era sceso per raccogliere castagne nelle vicinanze. Un ciclista si è fermato e ha iniziato a protestare vivacemente contro il parcheggio della vettura, lamentando un intralcio al passaggio. La discussione, secondo il racconto dell’associazione, si è fatta via via più accesa, con toni che hanno agitato il ragazzo già fragile e molto legato alla figura della madre. In quel momento, nel tentativo di “proteggere” le due donne, il giovane ha preso da uno zainetto presente in auto - usato abitualmente dal padre per le escursioni in montagna - un piccolo coltellino da campeggio. In preda all’agitazione, ha sferrato un singolo colpo al ciclista, provocandogli una ferita poi giudicata guaribile in 30 giorni.
Si tratta, sottolinea Di Rocco, di un gesto grave e inaccettabile, ma compiuto da una persona con una diagnosi psichiatrica importante e con una percezione distorta del pericolo e della realtà. Nonostante il referto medico non attestasse lesioni gravissime, l’episodio contestato come tentato omicidio. Il procedimento si è svolto con rito abbreviato; il tribunale ha disposto una consulenza tecnica d’ufficio che ha riconosciuto al ragazzo la semi infermità mentale. In base a questa valutazione, la pena iniziale di 12 anni è ridotta a 5 anni e 5 mesi. Alla famiglia inoltre prospettato che la rinuncia all’atto di appello avrebbe consentito un ulteriore sconto di pena, ma senza scendere sotto la soglia dei 4 anni, limite oltre il quale non sarebbero comunque state accessibili alcune misure alternative.
Dal giorno dell’arresto fino a pochi giorni fa, il giovane aveva scontato la misura cautelare agli arresti domiciliari, dotato di braccialetto elettronico. In questo periodo, spiegano i familiari, era stato possibile garantire una certa continuità terapeutica grazie ai frequenti accessi al pronto soccorso, alle visite specialistiche e ai percorsi strutturati dal Csm. Proprio la necessità di controlli e cure ravvicinate aveva reso necessario presentare più volte istanze al magistrato per ottenere permessi di uscita, autorizzati in ragione della delicatezza del quadro clinico.
Nonostante ciò, il tribunale ha ora disposto l’esecuzione della pena in carcere. Per Di Rocco questa decisione non tiene conto né delle certificazioni mediche né della documentazione che descrive il ragazzo come soggetto altamente vulnerabile, incapace di adattarsi a un contesto detentivo ordinario. Il rischio, denuncia l’associazione, è quello di un drastico peggioramento delle sue condizioni psichiche, con possibili ripercussioni anche sulla sicurezza degli altri detenuti e del personale, se non adeguatamente seguito.
A preoccupare ulteriormente è la situazione interna della casa circondariale di Crotone. L’istituto è interessato da lavori che ne hanno ridotto la capienza e comportato la chiusura di un reparto, con conseguente redistribuzione dei detenuti nelle altre sezioni. Ciò rende impossibile, allo stato attuale, garantire al giovane una cella singola: è costretto a condividere gli spazi con altri reclusi, nonostante la sua patologia renda estremamente complessa la convivenza. Per l’associazione, questo aumenta il rischio di reazioni improvvise, incomprensioni e conflitti, nella percezione del ragazzo qualsiasi compagno di cella o agente potrebbe essere vissuto come una minaccia, così come accaduto con il ciclista.
Sul fronte sanitario, le criticità non sono minori. Secondo quanto riferito da Di Rocco, in carcere non sarebbe presente un presidio medico continuativo nelle ore serali e notturne, con scoperture che rischiano di lasciare senza assistenza tempestiva proprio i detenuti più fragili. Nel caso specifico, si aggiunge la preoccupazione per la mancata trasmissione immediata della cartella clinica del giovane al momento dell’ingresso in istituto: solo successivamente il comandante avrebbe sollecitato la documentazione all’azienda sanitaria, dichiarando di non sentirsi nelle condizioni di gestire in sicurezza un paziente con un profilo psichiatrico così complesso.
L’associazione si domanda quindi se, a distanza di giorni dal trasferimento, il ragazzo stia effettivamente assumendo i farmaci stabiliti dal Csm e se il piano terapeutico sia stato correttamente recepito e applicato all’interno del carcere. La sospensione o l’irregolarità delle terapie, sottolinea Di Rocco, potrebbe avere effetti devastanti, con crisi, regressioni e comportamenti imprevedibili che andrebbero ad aggravare ulteriormente una situazione già critica.











