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di Liana Milella


La Repubblica, 3 giugno 2020

 

L'ultima trovata del Guardasigilli con la seconda votazione avvenga a 24 ore dalla prima per impedire accordi sugli eletti. Oggi il centrodestra, venerdì incontro con Anm e avvocati. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede dice che la tesi "si fa la riforma del Csm solo per via di Palamara" è sbagliata, perché lui voleva farla già due anni fa. Ma inevitabilmente, fatte proprio in questo momento, la sua modifica del sistema elettorale per i togati e delle regole per scandire le promozioni, saranno valutate - politicamente e moralmente - con un solo metro.

Il "metro" Palamara. Nel senso che ci si chiederà se il pacchetto Bonafede sarà efficace per stoppare il mercimonio delle nomine oggi in mano alle correnti svelato dal dossier depositato dalla procura di Perugia per dare il via al processo contro l'ex pm di Roma, tuttora imputato di corruzione per viaggi pagati dall'imprenditore e suo amico Centofanti e per la ristrutturazione di un appartamento di una sua amica.

La riforma del Csm è pronta. Ma non andrà in consiglio dei ministri questa settimana. Forse la prossima. Perché dopo l'incontro con il centrodestra, Bonafede venerdì vedrà anche l'Anm e le Camere penali per un parere. Ma al momento solo il ministro ha in mano il testo. Compresa l'ultima chicca, elezioni con il doppio turno, in cui la seconda votazione deve avvenire a sole 24 ore dalla prima in modo da bloccare qualsiasi manipolazione delle correnti sui primi togati eletti nei 20 collegi.

Niente bozza, dunque. Così Bonafede ha spiegato al centrodestra che, prima dell'incontro di oggi alle 13, avrebbe voluto documentarsi. "Ce l'ho solo io, non ce l'ha nessuno, quelle che girano sono soltanto delle versioni datate" ha assicurato, scusandosi, il ministro della Giustizia ai suoi interlocutori. Così conferma anche chi, per Pd, Leu, Italia Viva e M5s, ha partecipato all'ultimo vertice in via Arenula giovedì sera. Tutti i presenti sostengono che grosso modo l'accordo è stato chiuso, salvo un punto, quello delle categorie che saranno ammesse alla selezione per i consiglieri togati.

Non è una querelle da poco. Da una parte Bonafede e M5S vogliono tagliar fuori completamente i politici di professione, siano essi parlamentari o consiglieri regionali o sindaci. Via tutti. Nessuna eccezione, tantomeno per gli esponenti del governo. Una norma che, se fosse stata in vigore nelle ultime due consigliature a palazzo dei Marescialli, avrebbe escluso sia l'ex vice presidente Giovanni Legnini (Dem che all'epoca era sottosegretario), sia l'attuale vice David Ermini che era deputato del Pd. La pensano all'opposto Pd e una metà di Leu. La delegazione Dem con Bonafede è stata netta, "non se ne parla, l'esclusione sarebbe incostituzionale".

Altrettanto sostiene Federico Conte di Leu, mentre da Piero Grasso, sempre di Leu, è venuto il dubbio che proprio un'esclusione così drastica rischierebbe di portare la nuova legge subito davanti alla Consulta facendola bocciare. Non è certo un caso se, due giorni fa, a trapelare dalla maggioranza è proprio una bozza che mette in luce il problema della scelta dei laici. Questione che invece chi ha partecipato al vertice di maggioranza vorrebbe accantonare, tant'è che la riunione finisce con l'accordo di tutti di non divulgare proprio quel nodo di dissenso.

Ma tant'è, la notizia esce. Ed è singolare che, anziché accapigliarsi sulle nuove regole per bloccare qualsiasi inciucio o manuale Cencelli tra le correnti della magistratura, si litighi invece sul sistema migliore per tener fuori del tutto la politica dall'aula Bachelet. Proprio mentre un ex presidente della Consulta come Valerio Onida, a Repubblica, raccomanda la neutralità dei laici, paragonandoli a quelli eletti dal Parlamento alla Corte costituzionale, dove però, appena giunti, dismettono i panni dell'appartenenza politica.

Oggi, inevitabilmente, anche questo nodo sarà sul tavolo del Guardasigilli che avrà di fronte gli esponenti del centrodestra, tra i quali è già chiaro che si sia creato un asse tra Forza Italia e Lega su tre punti: non c'è riforma a patto che la maggioranza non ceda su tre aspetti, il sorteggio dei togati del Csm come sistema elettorale, la separazione delle carriere, la riforma costituzionale del Csm che ne muti radicalmente la composizione (anziché 20 togati e 10 laici, l'opposto, con 15 laici eletti dalle Camere e 5 scelti dal presidente della Repubblica). Come ha detto il responsabile Giustizia di Forza Italia Enrico Costa a Bonafede "pensate di accogliere almeno una delle nostre proposte? Perché altrimenti sarebbe solo una funzione e una inutile passerella".

Ma l'esito dell'incontro tra Bonafede, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia, appare scontato, proprio perché Bonafede ha già messo da parte la soluzione elettorale tramite sorteggio (troppi dubbi di costituzionalità) e si è sempre opposto alla separazione delle carriere. Anche con un emendamento sulla separazione depositato da M5S nella commissione Affari costituzionali, che dovrà votare la legge di iniziativa popolare (leggi, Unione delle Camere penali), poi sottoscritta da un inter-gruppo trasversale a tutti i partiti Pd compreso, in calendario in aula alla Camera il 29 giugno.

Ma il vero problema è un altro. La bozza Bonafede serve davvero per bloccare il metodo Palamara? Perché su questo punto sarà giudicata, come ripete sempre il ministro, "dai cittadini", che in questo momento si aspettano un "no" netto alle correnti. Basta una legge elettorale con il doppio turno in 20 collegi e la trovata delle 24 ore?

Davvero le correnti non faranno in tempo, via chat e via mail, a dare un'indicazione ai loro iscritti su chi scegliere? Basta il criterio dell'anzianità per individuare il capo di un ufficio? Basta il criterio cronologico o il no alle nomine a pacchetto? Serve la parità di genere? Serve il parere anche degli avvocati? Ma soprattutto è ancora tempo di mandare al Csm, come membro laico, chi viene dalla politica? Bonafede dice no, ma gli altri partiti dicono di sì. Sotto lo scudo della Costituzione in vigore.