di Carlo Bonini
La Repubblica, 5 maggio 2021
Nelle richieste che la destra muove al Capo dello Stato c'è l'obiettivo dichiarato di prepararsi alla imminente stagione di riforme sulla giustizia con un armamentario di argomenti e veleni che hanno a che fare con la resa dei conti.
In un copione liso e dalla grammatica costituzionale sgangherata - modi che le sono propri quando si parla di giustizia e di rapporti tra politica e magistratura - la destra ha afferrato l'affaire Amara e l'inchiesta sui corvi del Csm per tornare a chiedere al Capo dello Stato Sergio Mattarella (lo aveva già fatto nei giorni della tempesta del caso Palamara) quello che neppure uno studente al primo anno di giurisprudenza chiederebbe. "Un intervento" che dovrebbe azzerare l'attuale Consiglio superiore della magistratura o accompagnare le inchieste penali e disciplinari in corso dando conto di se ed eventualmente cosa il Quirinale sapesse di ciò che bolliva nel pentolone del conflitto interno alla Procura di Milano e della diffusione dei verbali segretati di Amara all'interno del Consiglio superiore.
Ebbene, come prevede la legge istitutiva del Csm, lo scioglimento dell'organo di autogoverno della magistratura non è un atto discrezionale, né politico. È un atto dalla procedura complessa, che richiede il coinvolgimento dei presidenti delle Camere e dell'ufficio di presidenza del Consiglio e che, soprattutto, ha quale suo presupposto l'impossibilità del Consiglio di assicurare le sue funzioni per ragioni legate alla decadenza o alle dimissioni della metà più uno dei suoi membri togati. Di più: il provvedimento di scioglimento - che è un atto eccezionale - spetta al presidente della Repubblica non in quanto presidente del Csm, ma in quanto Capo dello Stato.
Non diversamente, chiedere al Capo dello Stato di infilarsi - non si capisce bene come e a che titolo - nell'inchiesta sulle responsabilità nella circolazione e diffusione dei verbali segretati di Milano, significa sollecitare una mossa che farebbe a pugni con il principio di autonomia dell'accertamento penale e disciplinare. Un'altra castroneria, insomma.
Dunque, perché tirare per la giacca il Capo dello Stato, accusandolo di aver tenuto e tenere in vita un organo costituzionale delegittimato agli occhi del Paese? E perché rimproverargli un "silenzio" su una questione come quella della giustizia e della riforma dell'ordinamento giudiziario su cui, non più tardi del 23 marzo scorso, proprio Mattarella, era intervenuto al Csm, con a fianco la ministra di Giustizia Marta Cartabia? "La guida del ministero della Giustizia - ebbe a dire il Capo dello Stato in quella circostanza - è sempre di primaria importanza nella vita delle istituzioni del nostro Paese e lo è particolarmente in questo periodo, sia per gli adempimenti nell'ambito del Recovery plan nel settore giustizia, sia per quanto riguarda le attese di necessari e importanti interventi riformatori oggetto di confronto in Parlamento". Piuttosto chiaro. "Necessari e importanti interventi riformatori".
Quel giorno, altrettanto esplicito fu il vicepresidente del Csm David Ermini. "Si avverte impellente l'urgenza, nel rispetto delle prerogative costituzionali dell'autogoverno della magistratura, di una riforma del Csm. Perché la gran parte dei magistrati ha bisogno di riscatto e il Consiglio deve agire con ancora più determinazione per riconquistare un prestigio incrinato dal discredito".
La verità è che nella provocazione che la destra muove al Quirinale c'è l'obiettivo dichiarato di prepararsi alla imminente stagione di riforme sulla giustizia (a cominciare dal disegno di legge di riforma del Csm e da quello del processo penale) con un armamentario di argomenti e veleni (quelli di cui sono gonfi i verbali di Amara) che nulla hanno a che vedere con riforme non più rinviabili, ma molto con il redde rationem, con la sete di vendetta, che una parte significativa della destra non ha mai smesso di coltivare nei confronti del controllo di legalità esercitato dalla magistratura nei confronti della Politica, delle sue classi dirigenti.
Di più: chiedere a gran voce che l'apertura del vaso di Pandora della fantomatica "loggia Ungheria" entri nell'agenda politica come se stessimo parlando della scoperta degli elenchi della P2 di Castiglion Fibocchi (scomodati in questi giorni nello spericolato tentativo di paragonare l'inchiesta di Colombo e Turone al gioco in cui Amara ha tirato la Procura di Milano) non ha nulla a che vedere con la richiesta di verità o trasparenza. Significa semplicemente voler consegnare ancora una volta un passaggio delicato della vita politica del Paese a una stagione di ricatti capaci di sequestrare o comunque confondere la volontà del Parlamento.
A far deragliare la possibilità di una riforma. E, incidentalmente, condizionare la non banale nomina del futuro Procuratore di Milano. Il veleno iniettato dall'avvocato Amara nel dicembre del 2019 nel sistema terremotato della nostra giustizia penale e di un Csm fragile, segnato da due anni di guerra per bande, ha da questo punto di vista già raggiunto il suo scopo. E afferrarsi al Quirinale in questo passaggio non è altro che la conferma della spregiudicatezza di chi, da due anni ormai, gioca sulla giustizia una sola partita. Quella al massacro. Quella di cui il Paese non ha bisogno.











