di Liana Milella
La Repubblica, 8 gennaio 2021
Secondo la giustizia amministrativa, l'ex pm di Mani pulite deve essere giudicato dalla magistratura ordinaria rispetto alla sua decadenza dal Consiglio superiore della votata a maggioranza.
"Si rivolga al giudice ordinario e non a quello amministrativo". Dopo il Tar, adesso anche il Consiglio di Stato si lava le mani sul caso Davigo e sulla sua cacciata dal Csm il 19 ottobre scorso per aver raggiunto l'età della pensione. Esattamente come il Tar del Lazio, la quinta sezione del Consiglio di Stato - il presidente Carlo Saltelli, il consigliere estensore della sentenza Giovanni Grasso, i colleghi Raffaele Prosperi, Angela Rotondano, Elena Quadri - decide di non entrare nel merito della questione che ha provocato una profonda spaccatura nel Csm sul caso dell'ex pm di Mani pulite, dal 2018 eletto nell'organo di autogoverno dei giudici come consigliere più votato con 2.522 consensi di altrettanti colleghi e che si era presentato nella corrente, da lui stesso fondata, Autonomia e indipendenza. Tutti colleghi che - al momento del voto - non avevano assolutamente neppure preso in considerazione il fatto che Davigo, il 20 ottobre di quest'anno, avrebbe compiuto 70 anni, e quindi automaticamente sarebbe divenuto una toga in pensione.
Secondo la maggioranza dei consiglieri del Csm, Davigo era anche una toga che di conseguenza doveva lasciare il Consiglio. E così infatti è andata quel lunedì di ottobre in cui 13 consiglieri hanno votato per il suo allontanamento, mentre 6 si sono espressi a favore della sua permanenza in Consiglio, e 5 si sono astenuti. Contro Davigo hanno pesato i voti del vice presidente David Ermini, dei due vertici della Cassazione Pietro Curzio e Giovanni Salvi, del consigliere eletto nella sua corrente Nino Di Matteo.
Immediato il ricorso di Davigo al Tar, già il giorno dopo, difeso dal costituzionalista Massimo Luciani. Ma proprio il Tar prima non ha concesso la sospensiva della decisione. Poi si è pronunciato come oggi ha fatto il Consiglio di Stato. Con considerazioni praticamente identiche. Ma sopratutto, in entrambi i casi, la giustizia amministrativa non è entrata nel merito della decisione. Cioè - per capirci - non ha stabilito se un magistrato, una volta raggiunta l'età pensionabile e pur facendo parte del Csm perché eletto dai suoi colleghi, possa continuare a farne parte, oppure debba lasciare l'incarico.
Ben altra è la strada seguita da Tar e Consiglio di Stato. Come si può evincere da queste considerazioni che chiudono le poche pagine del provvedimento: "Il giudice della giurisdizione ha costantemente affermato che il diritto all'elettorato passivo costituisce un diritto soggettivo perfetto, che non è sottratto alla giurisdizione ordinaria per il solo fatto che sia stato dedotto in giudizio mercé l'impugnazione di un apparente provvedimento amministrativo".
In sostanza, in parole semplici, il Consiglio di Stato afferma che la questione riguarda il diritto elettorale passivo e quindi un diritto soggettivo pieno, che è materia del giudice ordinario. E su questo principio non ha nessun effetto il fatto che la decadenza di Davigo sia stata decisa con un provvedimento amministrativo come quello preso a ottobre dal Csm.
Quindi Davigo - per usare un linguaggio sportivo - non ha perso questa partita. Poiché quelli che aveva scelto come suoi giudici - il Tar prima, il Consiglio di Stato poi - hanno stabilito che la questione non è di loro competenza. Davigo dovrà rivolgersi al giudice ordinario e porre di nuovo il problema se, da magistrato in pensione, poteva restare al Csm oppure doveva andarsene. Davigo ovviamente era convinto di poter restare richiamandosi alla Costituzione che parla di una durata di 4 anni del Csm. Mentre i vertici della Cassazione ed Ermini, nonché la destra del Csm, hanno ritenuto che il pensionamento facesse cadere anche il suo diritto di essere un componente togato, in quanto aveva perso la toga. Ma a questo punto la partita continua. E quelle di Tar e Consiglio di Stato non rappresentano un sì o un no a Davigo e alla questione giuridica che ha posto, ma semplicemente un "noi non siamo competenti a decidere".











