di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
La Repubblica, 9 giugno 2021
Arrestato l'avvocato già al centro dell'inchiesta sulla loggia Ungheria: è accusato di aver corrotto l'ex procuratore di Taranto, Capristo, dopo pressioni sul Csm per nominarlo. Obiettivo: manovrare il processo sull'inquinamento. La storia è quella a cui, da qualche tempo, ci si è quasi abituati: "Giustizia svenduta", per citare le parole del gip di Potenza, Antonello Amodei, da magistrati infedeli. E acquistata da affaristi, interessati a fare soldi.
Nel ruolo dell'acquirente, insegna la cronaca degli ultimi anni, si trova spesso l'avvocato Piero Amara, legale siciliano condannato per corruzione in atti giudiziari, cuore dell'inchiesta di Perugia (e prima di Milano e in parte di Roma) sulla fantomatica loggia Ungheria, e da ieri in carcere su ordine del tribunale di Potenza: per il procuratore Francesco Curcio ha corrotto pm e pubblici ufficiali per far ottenere favori processuali ai suoi clienti.
Che lo pagavano lautamente: la Guardia di Finanza ha individuato investimenti finanziari riconducibili ad Amara per non meno di due milioni di euro. Questa volta, però, la storia è, se possibile, persino peggiore, per due motivi almeno: perché a essere "svenduta" era stata anche la funzione del Consiglio superiore della magistratura. E perché oggetto della "compravendita" era stato uno dei processi più delicati della storia del Paese, quello sull'inquinamento dell'Ilva di Taranto. Se un giudice terzo non avesse impedito ad Amara di compiere il suo progetto, con la complicità di due pezzi dello Stato (la magistratura, ma anche Ilva in amministrazione straordinaria per cui Amara lavorava) non si sarebbe mai arrivati alle condanne per 400 anni, pronunciate dal tribunale di Taranto. Mai si sarebbe saputa la verità sulla morte di due operai: Alessandro Morricella e Giacomo Campo.
I fatti: Amara è accusato di aver brigato, e aver messo a disposizione la sua rete di conoscenze, per far nominare un magistrato a lui amico, Carlo Maria Capristo (per lui ora c'è l'obbligo di dimora), come procuratore capo di Taranto. Per farlo si sarebbe affidato a un poliziotto "particolare", dalle grandissime relazioni. Filippo Paradiso, anche lui in carcere. Insieme avrebbero mosso membri del Csm, politica, imprenditori, riuscendo nell'operazione. "Amara si muoveva - scrive il gip - in molteplici direzioni istituzionali di altissimo livello, in modo tentacolare, attraverso scambi di favori che minano alla radice i principi su cui si fonda la società democratica e civile, nonché lo Stato di diritto".
Ma perché per Amara era così importante mandare Capristo a Taranto? Perché - arriviamo al secondo motivo - Amara era diventato consulente dell'amministrazione straordinaria di Ilva. A introdurlo era stato un altro consulente, Nicola Nicoletti. "Sin dalle prime fasi dell'insediamento a Taranto - ricostruisce il procuratore Francesco Curcio - Capristo si rendeva promotore di un approccio dell'ufficio certamente più aperto dialogante e favorevole alle esigenze di Ilva". Approccio che si concretizzava in tre circostanze: nonostante il parere contrario dei pm, Capristo chiuse un patteggiamento nell'ambito del processo "Ambiente Svenduto" per Ilva.
Patteggiamento che poi fu bocciato dal giudice perché ritenuto troppo sbilanciato per l'azienda. Dopo l'incidente mortale avvenuto all'operaio Giacomo Campo, fu Amara a "suggerire a Capristo il nome del perito da nominare". Fu Amara a sollecitare e ottenere, in meno di 48 ore, il dissequestro dell'altoformo. Stessa operazione fatta in caso della morte di un altro operaio, Alessandro Morricella. Quando un altro operaio fu costretto a "confessare la sua esclusiva responsabilità per escludere qualsivoglia coinvolgimento dell'azienda".
"Un sistema di potere - scrive ancora Curcio - in cui il contesto giudiziario, lungi dall'essere sede di tutela dei diritti, rappresenta un palcoscenico in cui i protagonisti agiscono in vista di vantaggi individuali". Il tutto, chiaramente, aveva un costo. L'amministrazione straordinaria di Ilva concesse "incarichi per centinaia di migliaia di euro" a un avvocato del foro di Trani, Giacomo Ragno, "amico di Capristo e legato a Paradiso".
Amara, dicono i magistrati, ha continuato a fare affari sino a qualche mese fa. Per evitare le indagini "aveva fidelizzato tutti i soggetti che avevano intensi rapporti con lui comunicando con il sistema dì cripto-messaggistica Wickr che, utilizzando algoritmi di crittografia militare, rende segrete le chat". Non troppo, evidentemente.











