di Simona Musco
Il Dubbio, 10 settembre 2026
La consigliera della Corte d’Appello di Napoli lancia la sfida da autonoma: “Non è una candidatura di testimonianza. Servono competenze tecnologiche, trasparenza sulle nomine e merito per superare le logiche d’appartenenza”. “I magistrati hanno voglia di cambiare e non accettano più le degenerazioni correntizie”. Fernanda Iannone, consigliere della Corte d’Appello di Napoli, ha scelto di candidarsi alle prossime elezioni del Consiglio superiore della magistratura come indipendente, senza appartenenza a gruppi associativi. “Autonoma oltre che indipendente”, spiega al Dubbio. Una scelta maturata anche attraverso il confronto quotidiano con i colleghi. “Avverto tra molti magistrati una stanchezza crescente verso alcune degenerazioni del sistema correntizio e, soprattutto, una domanda di possibilità di scelta più ampia”.
Iannone non ha mai militato in una corrente e ha sempre mantenuto una posizione autonoma, anche prima dello scandalo Palamara. “Ho sempre ritenuto che l’appartenenza organizzata, quando diventa un vincolo identitario o finisce per incidere sulle dinamiche di carriera e di autogoverno, possa mettere sotto tensione quella libertà e indipendenza che devono accompagnare il magistrato nell’esercizio delle sue funzioni, sul banco pretorio”.
È un argomento che, sotto alcuni profili, è stato utilizzato anche dai sostenitori del Sì al referendum. E allora perché votare No? “Perché, quanto alla possibilità per candidati non sostenuti da gruppi organizzati di concorrere realmente per il Csm, la legge Cartabia aveva già modificato profondamente il sistema elettorale. Non ritenevo quindi necessario modificare la Costituzione per creare uno spazio alle candidature individuali”. Dopo il referendum, Iannone ha osservato con attenzione il nuovo scenario elettorale. “Ho visto comparire tra le candidature diversi esponenti di primo piano delle correnti. Mi è sembrato un forte segnale di continuità rispetto a un sistema che, dopo il referendum e dopo la riforma elettorale, pensavo avrebbe mostrato una maggiore apertura. È stato questo a rafforzare la convinzione che fosse arrivato il momento di candidarmi”.
Ma il vero punto di partenza della candidatura è anche il percorso professionale della magistrata. Per cinque anni Iannone ha svolto le funzioni di Referente distrettuale per l’innovazione e l’informatica, nel settore giudicante penale, della Corte d’Appello di Napoli, uno dei distretti giudiziari più grandi e complessi d’Italia. Un’esperienza che si inserisce in un percorso ormai quindicennale sui temi della digitalizzazione della giustizia, maturato nei tavoli tecnici ministeriali e, prima ancora, nell’esperienza presso il Consiglio d’Europa.
Proprio da qui nasce una delle sue principali convinzioni: il Csm deve rafforzare le proprie competenze in materia di innovazione, informatica e tecnologia. “Nel Csm le competenze tecnologiche devono essere rafforzate e rese trasversali alle commissioni, perché oggi l’innovazione incide direttamente sull’organizzazione degli uffici e sulla stessa qualità della giurisdizione. La leva tecnologica e infrastrutturale appartiene in larga misura al Ministero; proprio per questo il Csm deve essere in grado di presidiare con competenze adeguate gli effetti che quelle scelte producono sull’organizzazione degli uffici e sull’esercizio della giurisdizione”.
Una questione che, secondo Iannone, diventa ancora più evidente con l’intelligenza artificiale. Ministero e Csm si stanno muovendo su un terreno nuovo, sul quale è necessario costruire regole chiare, competenze e una visione comune, perché per il magistrato chiamato a confrontarsi concretamente con questi strumenti il rischio è altrimenti quello dell’incertezza. Ma la partita è anche politica, nel senso più ampio del termine: come può una candidata indipendente competere con gruppi che dispongono di strutture organizzate consolidate? Iannone guarda innanzitutto a una maggiore libertà nella formazione del consenso. “Penso che vi sia oggi una sensibilità diversa rispetto al passato. Le candidature indipendenti vengono guardate con maggiore interesse perché dimostrano che può esistere una possibilità di scelta ulteriore rispetto a quelle tradizionalmente organizzate”.
Particolare attenzione è rivolta ai magistrati più giovani. “Vorrei soprattutto che i colleghi più giovani potessero scegliere liberamente se partecipare alla vita associativa senza percepire l’appartenenza a un gruppo come un passaggio necessario per il proprio percorso professionale”. Nessuna contrapposizione, dunque, all’associazionismo in sé. “Il confronto tra idee e sensibilità diverse è una ricchezza. Il problema nasce quando l’appartenenza organizzata rischia di diventare la regola prioritaria attraverso la quale si leggono le scelte e le opportunità all’interno della magistratura”. A sostegno di questa riflessione Iannone porta anche un’esperienza personale. Per cinque volte ha presentato la propria candidatura alla Struttura tecnica per l’organizzazione del Csm senza essere nominata, nonostante le esperienze maturate in ambito europeo, nell’organizzazione degli uffici, nella digitalizzazione e nell’innovazione.
Tra le argomentazioni emerse nel corso di quelle procedure ricorda anche il riferimento alla presenza di “troppi giudici del Sud”. Ma il punto che Iannone ricava da quell’esperienza è più generale: “Ho avuto la percezione che la mancanza di un’afferenza correntizia potesse rappresentare uno svantaggio. Me ne sono fatta una ragione e ho avuto la possibilità di fare molte altre esperienze importanti. Ma non vorrei che uno dei giovani magistrati con cui ho lavorato, dopo aver costruito competenze elevate e realmente utili alla giurisdizione, arrivasse un giorno a pensare che quelle competenze non siano sufficienti e che sia necessaria un’appartenenza”.
Il tema delle nomine resta centrale. E qui, accanto all’innovazione, Iannone indica due parole chiave: merito e trasparenza. “Dobbiamo evitare che le nomine possano apparire come il risultato di equilibri definiti prima del plenum o di accordi a pacchetto. La trasparenza deve rendere ricostruibile il percorso della decisione: i criteri applicati, le valutazioni, i dissensi e le ragioni della scelta”. C’è poi un dato sul quale la candidata invita a riflettere. “Secondo il dato reso pubblico a febbraio dall’allora presidente dell’Anm Cesare Parodi, circa 2.100 dei circa 9.200 iscritti all’Anm risultano formalmente iscritti alle correnti: circa il 23 per cento”.
Ma, osserva Iannone, manca un altro dato forse ancora più significativo. “Il 24 febbraio 2026 un’interrogazione parlamentare al Ministro della giustizia ha chiesto quanti magistrati iscritti alle correnti ricoprano incarichi direttivi e semidirettivi e se esistano dati ufficiali sulle appartenenze correntizie dei magistrati nominati o confermati negli incarichi apicali. È esattamente questo il punto: senza dati conoscibili è impossibile misurare seriamente il fenomeno. La trasparenza e l’informatizzazione servono anche a questo: consentire ai magistrati di valutare sulla base dei fatti il funzionamento dell’organo di autogoverno”. La tecnologia può contribuire anche sotto questo profilo. Non per sostituire la valutazione umana, precisa Iannone, ma per rendere maggiormente conoscibili i processi decisionali. “La tecnologia può rendere digitali, tracciabili e verificabili i passaggi del procedimento, aumentando la trasparenza senza sostituire la valutazione del Consiglio. I componenti del Csm devono conservare tutta la discrezionalità necessaria per valutare concretamente le esigenze del singolo ufficio e le caratteristiche dei candidati. Tecnologia significa più conoscibilità e più controllo del percorso decisionale, non automatismo della decisione”.
Anche la nuova circolare sulle nomine, secondo Iannone, mette a disposizione strumenti utili, purché i criteri vengano applicati in maniera concreta e non meccanica. Lo stesso vale per le esperienze fuori ruolo. “Il fuori ruolo non deve essere né premiato né penalizzato in astratto: va valutato per durata, contenuti e pertinenza dell’esperienza. Allo stesso modo deve avere un peso reale la continuità nell’esercizio della giurisdizione e la conoscenza concreta degli uffici. Meritocrazia significa proprio questo: valutare le esperienze per ciò che effettivamente valgono rispetto alla funzione che si deve svolgere”. Iannone guarda dunque alla propria candidatura non come a una candidatura di testimonianza, ma come alla possibilità concreta di utilizzare uno spazio che il nuovo sistema elettorale ha aperto. “È una competizione difficile e, per certi aspetti, può sembrare quella di Davide contro Golia. Ma la riforma elettorale ha aperto uno spazio alle candidature individuali e credo che quello spazio vada utilizzato fino in fondo. Non so quale sarà il risultato. So però che l’alternativa non si aspetta: si costruisce”.









