di Mario Di Vito
Il Manifesto, 25 luglio 2025
Finisce la protesta dei laici governativi, che non partecipano al dibattito ma poi votano (garantendo il numero legale). La notte ha portato consiglio ai laici di destra che siedono al Csm: dopo aver clamorosamente fermato i lavori per tutta la giornata di mercoledì, ieri mattina, alla riconvocazione del plenum, finalmente la situazione si è sbloccata e la pratica a tutela del giudice Raffaele Piccirillo - attaccato in pubblico da Nordio per una sua intervista a Repubblica sul caso Elmasry - è passata con il voto favorevole di tutti i togati (tranne Bernadette Nicotra di Magistratura indipendente, che si è astenuta) e dei laici dell’opposizione.
L’unica forma residua di protesta portata avanti dai ribelli Aimi, Bertolini, Bianchini, Eccher e Giuffrè è consistita nel boicottaggio del dibattito. Un modo per salvare la faccia dopo che, con ogni probabilità, qualcuno ha spiegato loro la delicatezza estrema della situazione e li ha convinti alla resa. Sabotare i lavori del Csm di fatto è un affronto al suo presidente, cioè a Sergio Mattarella, cosa che nessuno dalle parti del governo vuole fare in questo momento. Allo stesso tempo, la protesta dei laici è servita a far vedere cosa potrebbe succedere a palazzo Bachelet se la riforma della giustizia dovesse prima o poi entrare in vigore. L’intenzione è esplicita, infatti il comunicato diffuso per spiegare le ragioni della protesta si conclude con una frase che sa di manifesto programmatico: “Con la riforma della giustizia in dirittura d’arrivo gli italiani fra qualche mese non assisteranno più a pericolose invasioni di campo che non giovano alle nostre istituzioni”.
In plenum, il dibattito è stato intenso, per il resto. L’indipendente Andrea Mirenda ha criticato la decisione di Piccirillo di farsi intervistare su una vicenda ancora in corso come quella del disastro ministeriale sulla liberazione del boia libico Osama Elmasry, ma poi ha anche attaccato Nordio, le cui continue uscite denigratorie contro la magistratura “contribuiscono a costruire o distruggere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”. La consigliera di Magistratura democratica Mimma Miele, dal canto suo ha teso una mano verso i laici della destra, la cui decisione di partecipare al voto “va apprezzata perché dimostra il senso istituzionale di cui ieri (mercoledì, ndr) poteva dubitarsi”. Poi, sul merito del caso Piccirillo: “Il problema risiede nell’attacco diretto al cuore dell’articolazione giurisdizionale del Consiglio. Un attacco dalla violenza verbale e contenutistica inaudita e inaccettabile, che colpisce ancora di più perché proviene da chi fino a qualche anno fa indossava la toga”. Era forse lecito aspettarsi qualcosa di più dalle motivazioni di una pratica a tutela il cui dispositivo suona così: “Il Consiglio superiore della magistratura rileva la gravità delle affermazioni rese dal ministro della Giustizia, per il loro potenziale impatto sulla fiducia dei cittadini nella funzione giudiziaria; ritiene che esse siano idonee a condizionare il sereno e indipendente esercizio della giurisdizione e afferma, pertanto, la necessità, nell’ambito dei propri compiti costituzionali, di tutelare il prestigio dell’ordine giudiziario, rinnovando il richiamo al rispetto dei principi di autonomia, indipendenza e leale collaborazione tra i poteri dello Stato”.











