di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 24 luglio 2025
La mediazione del vicepresidente Pinelli per evitare la paralisi innescata dalle mosse dei membri laici di centrodestra del Csm. Forse si sono mossi consapevoli della potenziale “bomba” che stavano innescando, o forse no. In ogni caso, anche se qualcuno gliel’ha spiegato dopo, lo scontro avviato al Consiglio superiore della magistratura dai laici di centrodestra rischia di avere conseguenze molto più gravi delle abituali scaramucce tra la pattuglia filogovernativa nel Csm e le toghe. Che in maniera indiretta (ma non troppo) coinvolge anche il Quirinale, giacché il capo dello Stato è anche presidente dell’organo di autogoverno e in quella veste approva gli ordini del giorno del plenum. Compreso quello contestato e boicottato dai consiglieri scelti da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega, per via di una pratica a tutela approdata al voto “con un iter incredibilmente rapido di cui non si ricordano precedenti”, dal contenuto “esclusivamente politico che non giova al prestigio e alla credibilità del Consiglio”, e contestata perché “è difficile non pensare” che sia la reazione scomposta all’approvazione della riforma della magistratura appena approvata dal Senato.
Lettura tutta politica di un atto avallato dal presidente della Repubblica, che rischia di paralizzare i lavori del Consiglio. Senza procedere all’esame dell’ordine del giorno di ieri, infatti, qualunque sia l’esito, non si può passare oltre, per esempio ai provvedimenti per raggiungere gli obiettivi fissati dal Pnrr. I lavori si bloccano, come s’è visto ieri, allorché per due volte il vicepresidente Fabio Pinelli ha constatato l’assenza del numero legale e sospeso la seduta. Riconvocandola per stamane, quando si vedrà il risultato dei tentativi di mediazione da parte di Pinelli. La chiusura estiva è alle porte, per la prossima settimana è già fissato un altro plenum, poi si andrà a settembre.
L’impossibilità di funzionare è l’unico motivo per decretare lo scioglimento del Csm, con l’indizione di nuove elezioni; che però si svolgerebbero con l’attuale sistema di voto, uno dei “guasti” a cui governo e maggioranza dicono di voler mettere fine con la riforma che stanno approvando a tappe forzate, ma prima di un anno non sarà possibile.
Difficile immaginare che l’approdo in seno al Consiglio dello scontro tra i magistrati e il loro ex collega Carlo Nordio, divenuto ministro della Giustizia, arrivi fino a questo punto. Sebbene lo stop imposto dai laici vicini alla maggioranza di governo sia stato in qualche modo invocato dallo stesso Guardasigilli, quando l’altra sera è tornato sulle accuse al sostituto procuratore generale della Cassazione Raffaele Piccirillo per le opinioni espresse sul caso Almasri: “Quello che ho trovato ancora più scandaloso è che sia stato difeso da alcuni magistrati suoi colleghi, e peggio mi sento che il Csm abbia aperto una pratica a sua tutela”.
E pensare che stavolta la “pratica” non dispiaceva nemmeno al vicepresidente Pinelli, di estrazione leghista e sempre attento alle ragioni della maggioranza politica, solitamente scettico sull’utilizzo di questo strumento. Perché oltre a difendere il diritto di parola di Piccirillo (che secondo Nordio avrebbe violato le regole dell’ordinamento “esprimendosi su un processo in corso”, pur trattandosi di un’analisi giuridica di quanto accaduto nella vicenda Almasri senza entrare nel merito degli eventuali reati per cui il Guardasigilli e altri membri del governo sono sotto inchiesta al tribunale dei ministri) il documento - proposto da tutti i togati, tranne tre di Magistratura indipendente, e dai laici espressi da Pd, M5S e Italia viva - intende salvaguardare anche il lavoro e l’immagine della Sezione disciplinare.
A Nordio che accusa il “tribunale delle toghe” di decisioni pilotate secondo le appartenenze degli incolpati a questa o quella corrente, i consiglieri hanno risposto che “l’allusione a una giurisdizione controllata da logiche correntizie e incapace di garantire imparzialità, non è fondata su alcun dato oggettivo, e si risolve in una gratuita e pregiudiziale denigrazione che mina la credibilità di una funzione prevista dalla Costituzione, e alla quale partecipano attivamente anche i membri del Csm eletti dal Parlamento”. Replica sulla falsariga di quella di Pinelli a Nordio della scorsa settimana, rispettosa nella forma ma decisa nella sostanza: ogni decisione, ribatté al Guardasigilli, è basata sulla “analisi rigorosa degli atti e sull’applicazione dei principi di diritto, senza alcuna influenza dell’eventuale appartenenza a gruppi associativi o a presunte camere di compensazione a cui allude il ministro”.
Una sponda importante per il documento con cui il Csm vuole tutelarsi stigmatizzando “la gravità delle affermazioni rese dal ministro della Giustizia, per il loro potenziale impatto sulla fiducia dei cittadini nella funzione giudiziaria”, ritenute “idonee a condizionare il sereno e indipendente esercizio della giurisdizione”. Di qui “il richiamo al rispetto dei principi di autonomia, indipendenza e leale collaborazione tra i poteri dello Stato”. Boicottaggio dei lavori permettendo.











