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di Marzio Breda

 

Corriere della Sera, 5 giugno 2019

 

Ha dettato il durissimo aut aut di Ermini. Per il Colle va rivisto il sistema delle nomine. "O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti". L'aut aut pronunciato ieri al plenum straordinario del Csm dal vicepresidente David Ermini ricalcava parola per parola ciò che nel fine settimana gli aveva raccomandato l'uomo che di quest'organo ha - a norma di Costituzione - la guida: Sergio Mattarella.

Definirlo "sconcertato e molto contrariato" per il mercato delle toghe emerso dall'inchiesta di Perugia rientra tra gli eufemismi tipici del Quirinale, e va tradotto in scandalizzato e peggio. La crisi, infatti, è senza precedenti e, dopo le dimissioni a catena di cinque consiglieri coinvolti nel caso Palamara, avrebbe secondo qualcuno potuto perfino sfociare in un autoscioglimento dello stesso Csm. Di fronte a una ferita così "grave, anzi, gravissima", per il momento si è scelto di intervenire attraverso gli strumenti di cui si dispone a Palazzo dei Marescialli: cioè elezioni suppletive di quanti si sono autosospesi. È chiaro però che il quadro emerso finora impone un ripensamento profondo sui criteri seguiti finora per le nomine ma anche sul peso politico (e non solo) che le correnti interne alla magistratura esercitano.

Che cosa è emerso di tanto patologico da gettare nell'inquietudine Mattarella? Un'ipotesi di vaste collusioni, passate attraverso "la inspiegabile" accelerazione che si voleva imporre alla nomina del successore di Giuseppe Pignatone al vertice della procura di Roma.

Un blitz che avrebbe dovuto sollevare dubbi fin da certi salti istruttori, come la mancata audizione dei candidati a quel ruolo. Basta pensare che in città come Torino, dov'è andato da mesi in pensione Armando Spataro, risultano ancora sguarnite analoghe posizioni senza che nessuno se ne sia preoccupato granché. Qui invece si voleva correre e per fortuna la svolta lampo è stata scongiurata. Come andrà a finire non lo sa nessuno.

Neppure il presidente della Repubblica e capo del Csm, consapevole che può accadere di tutto e che potrebbe anche affiorare un nome nuovo, per una poltrona dal peso politicamente così sensibile. Si sa solo che i tempi del confronto sono destinati ad allungarsi. Del resto, in questo clima non è possibile procedere ad alcuna nomina perché scatterebbe subito la rincorsa dei sospetti, visto che con le manovre spartitorie smascherate si voleva evitare una "continuità giudiziaria" alla procura della capitale.

Uno scenario che sta lesionando l'immagine della magistratura. Così la pensa Mattarella, turbato all'idea che le soluzioni preconfezionate attraverso lotte fra correnti delle toghe (degenerate in centri di potere sui quali tentano d'interferire i partiti) si sostituiscano al metodo del confronto aperto e comparativo. Quando la situazione si sarà decantata il presidente si farà sentire. A modo suo, che non somiglierà certo alle ruvidezze di Cossiga verso i magistrati.

Ricordate? Una trentina d'anni fa il picconatore minacciò addirittura di mandare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli per bloccare un'iniziativa "politica" contro l'allora premier Craxi, "approvando con un ordine del giorno non concordato una sorta di sfiducia nei suoi confronti". Era il culmine di tanti scontri e anomale autoconvocazioni cominciati con la cosiddetta "guerra dei cappuccini": 27 milioni di spesa annua per questo genere di conforto rivendicato dalle toghe.