di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2022
I tecnici a Cartabia: la richiesta di sostegno al governo farebbe tornare il testo alla Camera. L’ok finale alla riforma slitta a metà giugno. La riforma del Csm, approvata in prima lettura alla Camera il 27 aprile, dopo settimane di trattative e litigi tra i partiti di maggioranza, è bloccata al Senato e con ogni probabilità diventerà legge dopo il referendum sulla Giustizia del 12 giugno. Con un ulteriore rischio che preoccupa la ministra della Giustizia, Marta Cartabia: se i tempi di approvazione slittassero ancora a lungo, il prossimo Consiglio Superiore della Magistratura potrebbe essere eletto con le vecchie regole. Se così fosse, sarebbe una sconfitta politica per il presidente del Consiglio Mario Draghi e per la Guardasigilli che si sono impegnati pubblicamente a eleggere il prossimo Csm con il nuovo sistema elettorale che dovrebbe ridurre il potere delle correnti.
Lo slittamento dei tempi di approvazione della riforma non è dovuto solo alla richiesta di modifica da parte del centrodestra e di Italia Viva. La ministra Cartabia nei giorni scorsi aveva valutato la possibilità di mettere il voto di fiducia sul disegno di legge e quindi evitare che, in caso di modifica, il testo dovesse tornare alla Camera per la terza lettura. I tecnici del Senato però le hanno fatto sapere che questo non è possibile per un motivo tecnico: un maxi-emendamento con fiducia farebbe comunque tornare la legge alla Camera rinviando l’approvazione perché i due testi risulterebbero formalmente diversi. L’unica soluzione sarebbe votare la fiducia articolo per articolo (sono 43) ma i tempi si allungherebbero lo stesso.
Un problema tecnico, che diventa anche politico. Perché il centrodestra e i renziani stanno approfittando di questo stop per allungare i tempi della riforma in commissione Giustizia e approvarla dopo i referendum del 12 giugno. Cartabia aveva chiesto l’approdo in aula il 20 maggio, mentre mercoledì la conferenza dei capigruppo ufficializzerà la nuova data per la presentazione degli emendamenti: il 23 maggio. Per approvare la riforma entro inizio giugno servirebbe un accordo politico di maggioranza che impedisca a Lega, Forza Italia e Italia Viva di presentare emendamenti e di votare quelli dell’opposizione. Una prospettiva irrealistica: questi partiti, tutti schierati per il “sì”, hanno annunciato di voler modificare la riforma. Inoltre a Lega, Forza Italia e Italia Viva conviene rinviare tutto a dopo il referendum: nel caso in cui i quesiti non passassero a causa del mancato raggiungimento del quorum, potrebbero provare a far rientrare i temi referendari nella riforma sotto forma di emendamenti. Martedì se ne parlerà in una riunione di maggioranza al Senato. “Votare la legge prima del referendum è molto complicato”, conferma un esponente di maggioranza che si occupa del dossier a Palazzo Madama.
Per questo, il rischio è che il nuovo Csm venga eletto con le vecchie regole: la consiliatura scade il 23 settembre e le elezioni dovrebbero tenersi a luglio. Per rispettare i tempi però la riforma dovrebbe essere approvata entro maggio anche per ridisegnare i collegi elettorali. Il ministero della Giustizia esclude, al momento, che il Csm venga eletto con le vecchie regole. Fonti parlamentari invece sostengono che le elezioni del nuovo organo potrebbero tenersi anche a settembre, quando scadrà il mandato.
A un mese dal referendum, invece, si inizia a muovere anche la Rai. Giovedì la televisione pubblica ha comunicato il calendario dei dibattiti in vista della consultazione del 12 giugno. Da lunedì fino al 10 giugno, la Rai organizzerà 45 dibattiti (nove per ogni quesito) che troveranno spazio in palinsesto tra il primo pomeriggio e la tarda serata in cui si scontreranno le ragioni del “sì” e del “no”.
A leggere il calendario colpisce la quasi assenza di Lega e Partito Radicale che, per non aver depositato le 500 mila firme in Cassazione lasciando che a farlo fossero nove consigli regionali, dovranno lasciare il posto a un esponente di Lombardia, Sicilia, Veneto, Piemonte, Liguria, Umbria, Basilicata, Sardegna e Friuli-Venezia Giulia. Consiglieri regionali sconosciuti, quindi, dovranno confrontarsi con parlamentari ed esponenti di peso dei partiti. Esponenti leghisti saranno presenti solo in 5 dibattiti, lo stesso il Partito Radicale. Inoltre Fratelli d’Italia si troverà nella posizione di fare campagna per il “sì” su tre quesiti (separazione delle carriere, valutazione dei magistrati ed elezione del Csm) e per il “no” sull’abolizione della legge Severino e lo svuotamento della custodia cautelare. Un altro motivo di tensione in una coalizione già allo stremo.










