di Simona Musco
Il Dubbio, 2 giugno 2026
Firme contro la nomina di aggiunto a Bologna e scontro sulla formazione. Ma Magistratura indipendente avverte: così si delegittima il Consiglio “salvato” dalla separazione. Raccolte firme, repliche al vetriolo, plenum infuocati. La campagna per il rinnovo del Csm è appena agli inizi, ma la sintonia ritrovata tra le correnti durante la battaglia referendaria è già un lontano ricordo. Il correntismo - che aveva giurato di agire solo come nobile espressione del pluralismo culturale - getta la maschera e torna a mostrarsi per quello che è: una lotta senza quartiere. E l’ironia della sorte vuole che lo scontro si consumi proprio su quelle regole che tutti, fino a ieri, giuravano essere l’unico faro.
Il casus belli è la procura di Bologna. Sul banco degli imputati finisce quel Testo unico sulle nomine recentemente “salvato” dal Consiglio di Stato (con l’esultanza di Area). L’accusa? Aver premiato il candidato risultato preferibile secondo i criteri del Testo unico, ma non il migliore che lo schieramento si aspettava. Se le regole non consentono (almeno secondo i loro autori) favoritismi, la politica interna delle toghe non ci sta: 116 magistrati (e la lista è in crescita) hanno firmato una petizione contro la proposta unica di Stefano Dambruoso, che ha incassato tre voti in Commissione. Nessuna contrapposta, dunque, con Beatrice Ronchi, difesa dai colleghi del circondario ma anche oltre regione.
La protesta dei firmatari è netta: “Abbiamo appreso che la Quinta commissione ha formulato un’unica proposta per la nomina a procuratore aggiunto a Bologna di un collega che ha trascorso una parte significativa della propria vita professionale fuori ruolo, in incarichi fiduciari ministeriali o eletto al Parlamento. Beatrice Ronchi, magistrata stimata, candidata di eccezionale professionalità e dalla spiccatissima capacità organizzativa, che ha conseguito risultati di importanza storica nel contrasto alla criminalità organizzata in Emilia, non è stata nemmeno presa in considerazione”. Un esito definito “incomprensibile” anche qualora derivi dall’applicazione letterale del Testo Unico. Per i promotori, se la norma porta a “scelte irrazionali”, va cambiata. Da qui la solidarietà a Ronchi e l’appello al Csm affinché ponga rimedio, anche rivedendo i criteri dello stesso Testo Unico. Quello che, con un sospiro di sollievo, si pensava di poter mantenere.
Insomma, il dogma sbandierato fino a ieri si rivela, alla prima prova contraria, “ingiusto” e le regole da rifare se il risultato non è quello sperato. Un corto circuito evidenziato dal direttivo di Magistratura indipendente (Mi), co-promotore di quel regolamento. La replica mette a nudo la contraddizione: la magistratura si schiera unita per salvare il Csm dalla separazione delle carriere, ma poi cerca di imporre dall’esterno, a colpi di petizioni, scelte che spettano alle sedi istituzionali. Pur salvando il diritto di critica, la nota di Mi definisce la raccolta firme “gravemente regressiva”, un tentativo di sostituirsi al Consiglio esprimendo una sfiducia “tanto esplicita quanto immotivata”.
Per Mi, muoversi “al buio”, senza nemmeno attendere le motivazioni del provvedimento, è inaccettabile, specie per dei magistrati. Il rischio reale di queste mobilitazioni d’opinione sarebbe infatti quello di “alimentare dinamiche di delegittimazione che colpiscono l’intero assetto dell’autogoverno, compromettendone la credibilità”. Una sfiducia strisciante verso l’istituzione che tutti avevano difeso compatti fino a poco tempo fa. Proprio per questo, conclude Mi, questa protesta rischia di fare un autogol clamoroso: offrire su un piatto d’argento gli argomenti perfetti a chi vuole portare avanti “nuovi progetti di modifica dell’assetto costituzionale della magistratura”.
Ma i fronti aperti sono tanti. Resta ghiottissimo quello della Scuola superiore della magistratura, da mesi terreno di scontro in plenum tra Area e Mi. Dopo la decadenza di Mario Palazzi dal direttivo (per il suo rifiuto al fuori ruolo) e la sfiducia a Silvana Sciarra (poi dimissionaria), sostituita alla guida della scuola da Mauro Paladini, i progressisti denunciano il tentativo di spostare l’asse politico a destra. E di conseguenza, l’egemonia culturale, come se un’egemonia dovesse per forza esserci. Anche qui, esaurita la miccia dei dibattiti in plenum, la battaglia si sposta sulle petizioni. Al momento le firme sono 207, raccolte in gran parte nel bacino di Area. I magistrati si dicono “fortemente preoccupati per quanto sta avvenendo nella gestione della Ssm”. Ricordano che la Scuola ha “competenza esclusiva in materia di formazione e aggiornamento, elementi che concorrono a garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”, e che per questo la sua attività “deve essere sempre trasparente”.
Dalla nomina del segretario e del suo vice (che sono però prerogativa del Csm, su proposta del direttivo della Scuola) a quella del nuovo presidente, dalle dimissioni di Sciarra alla nomina di Roberto Peroni Ranchet dopo la decadenza di Palazzi, per i firmatari è vitale “comprendere cosa stia accadendo all’interno della Scuola, per garantire una formazione libera, indipendente e imparziale”. Da qui la richiesta stringente di accedere ai verbali dei lavori della Ssm, oggi inaccessibili nonostante il regolamento ne preveda la pubblicazione. Ironia della sorte, il primo comitato direttivo a porsi il problema della trasparenza degli atti, dal 2012 a oggi, è proprio quello attuale. Sebbene la pubblicazione fosse prevista fin dalla nascita della Scuola, per quattordici anni nessuno - di nessun colore politico - ha mai pubblicato un solo verbale.
Lo scorso 31 marzo, subito dopo l’insediamento di Paladini, il direttivo ha incaricato il responsabile della privacy di verificare i limiti di legge. I verbali contengono infatti dati ultrasensibili - congedi per salute, esenzioni per gravi motivi familiari eccetera - che non possono finire online senza i dovuti filtri. Sul tavolo non c’è, dunque, il se pubblicare, ma il come farlo nel rispetto delle norme. La petizione, inoltre, nasconde un paradosso insuperabile: tra i firmatari che oggi gridano all’opacità figurano ex componenti dei passati comitati direttivi. Smemorati al punto da protestare contro la mancata pubblicazione di atti che loro stessi, per anni, hanno tenuto chiusi nei cassetti.










