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di Liana Milella

La Repubblica, 12 maggio 2022

Sempre più probabile che si voti per il nuovo Consiglio con la vecchia legge. Dopo gli show di Ferri alla Camera, a palazzo Madama Italia viva chiede l’audizione del procuratore aggiunto di Roma Racanelli, protagonista di lunghe intercettazioni con Palamara, ma salvato in extremis al Csm dal trasferimento d’ufficio.

Sono ore d’allarme, al Senato, per la riforma del Csm. Con due certezze, e un probabile rischio. I tecnici hanno messo in chiaro che sarà impossibile mettere la fiducia, perché ne risulterebbe un testo formalmente differente da quello della Camera, che non rispetterebbe la regola sovrana della “doppia conforme”, cioè due letture esattamente identiche anche nelle virgole nei due rami del Parlamento. Forti di questo, Lega e Italia viva stanno facendo di tutto per allungare i tempi, e per il voto finale andare oltre il 12 giugno, quando saranno votati i cinque referendum sulla giustizia, lo stesso giorno delle elezioni amministrative. Ha detto ieri Andrea Ostellari - leghista, presidente della commissione Giustizia del Senato e autonominatosi relatore della riforma del Csm - partecipando a una conferenza stampa alla Camera per vantare i meriti dei referendum: “Anche per il ruolo che ricopro, sto cercando di capire cosa c’è nella riforma del Csm, e se è da migliorare”.

Tant’è che la commissione Giustizia l’ha presa alla lontana, ignorando gli appelli della ministra della Giustizia Marta Cartabia a fare presto. Da ieri sera sono in corso le audizioni, per lo più di esponenti del mondo della giustizia che hanno già, e più volte, espresso le loro opinioni sulla riforma, come i vertici dell’Anm, Giuseppe Santalucia e Salvatore Casciaro, e ancora Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita del Csm. Ma la vera novità l’ha proposta e incassata Italia viva. Dopo gli show di Cosimo Maria Ferri alla Camera, ecco che Giuseppe Cucca di Iv chiede che sia ascoltato il procuratore aggiunto di Roma Angelantonio Racanelli - Antonello per gli amici -. E cioè proprio l’uomo di Ferri giunto al vertice della corrente di Magistratura indipendente come segretario, ma soprattutto amico strettissimo di Luca Palamara, tant’è che per le dozzine e dozzine di quotidiane intercettazioni l’anno scorso ha rischiato di essere trasferito d’ufficio. Ma a giugno lo stesso Csm lo ha salvato lasciandolo al suo posto. Ed eccolo adesso - lui, un grande esperto di correnti - a parlare della riforma anti-correnti. Proprio come Ferri alla Camera.

Questa è la riforma delle contraddizioni. Che rischia pure di risolversi in una beffa. Perché le manovre dilatorie di Lega e Italia viva - da cui si sta sottraendo però Forza Italia - potrebbero produrre un bizzarro risultato. Il nuovo Csm potrebbe essere eletto con la vecchia legge, per la semplice ragione che la nuova rischia di non essere approvata in tempo. A dirlo espressamente in commissione ieri è stato il senatore di Leu Piero Grasso: “Ma voi volete che il Csm sia eletto con la vecchia o con la nuova legge?”. Una domanda retorica fino a un certo punto, visti i singolari tentativi di spingere il più avanti possibile i lavori della commissione. Con le audizioni che si terranno pure oggi - sarà sentita anche Gabriella Palmieri Sandulli, al vertice dell’Avvocatura dello Stato - e con un termine per gli emendamenti che slitterebbe addirittura al 23 maggio o anche oltre. Una data che rende di fatto impossibile portare in aula la riforma entro la fine del mese. Cartabia aveva posto il 20 maggio come ultima data utile. Tenendo conto che per il 16 le toghe hanno indetto lo sciopero.

Ma tant’è. Gli appelli di Cartabia sembrano cadere nel vuoto. La fiducia è ormai tecnicamente un’arma spuntata. Ma soprattutto è troppo ghiotta la partita di arrivare al voto dei cinque referendum sulla giustizia con la riforma al palo. Anche se, stando a un sondaggista di esperienza come Renato Mannheimer, solo il 30% degli italiani, ma forse anche meno, saprebbe dell’esistenza dei cinque referendum.

Se la riforma del Csm dovesse slittare dopo il 12 giugno, anche un semplice incidente d’aula, senza la fiducia, potrebbe travolgerla. A quel punto non resterebbe che eleggere il nuovo Csm con la vecchia legge. Perché un decreto del presidente della Repubblica per prorogare l’attuale Consiglio sarebbe incostituzionale. E il presidente Sergio Mattarella non sarebbe disposto a correre il rischio di firmarne uno del genere.

La ragione è semplice: il Csm è stato prorogato in passato ma per una ragione obiettiva, in quanto il Parlamento non aveva eletto i componenti laici. Ma in questo caso, all’inizio di luglio, si può tranquillamente votare per i nuovi togati con la legge in vigore. Certo, sarebbe un vero smacco politico. Il caso Palamara è del 2019, Mattarella ha moltiplicato i suoi inviti a cambiare le regole, ma le nuove regole tardano ad arrivare.

Ieri solo Grasso ha esposto i suoi dubbi sulla legge, mentre gli altri hanno rinviato l’intervento alla prossima settimana, dopo le audizioni. Grasso ha bocciato il fascicolo per ogni toga perché quando si parla di eventuali “anomalie” nei processi trattati si usa un termine troppo vago. Quando alla riduzione a un solo passaggio da giudice a pm e viceversa, Grasso porta la sua esperienza personale, è stato sia giudice (nel maxi processo a Cosa nostra) che procuratore di Palermo e capo della Dna, e può dire che “i passaggi arricchiscono”. Vede un rischio per l’autonomia della magistratura anche nel piano organizzativo delle procure sottoposto alle osservazioni del ministro della Giustizia. Un obbligo che, unito al Parlamento che detta le priorità dell’azione penale, rischia di mettere in pericolo l’indipendenza dei giudici. E Grasso contesta anche il via libera ai parlamentari eleggibili al Csm, visto che la Costituzione parla solo di “professori e avvocati”. Ma tant’è. I dubbi ci sono. La legge non è la migliore possibile. Ma anche per Grasso sarebbe una beffa vedere il prossimo Csm eletto con la legge bocciata per manifesto correntismo.