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di Luciano Violante

La Repubblica, 2 aprile 2022

La politica ha l’occasione di esercitare la propria sovranità e porre le basi di una magistratura rinnovata. La guerra in Ucraina assorbe, come è giusto, quasi tutte le nostre attenzioni. Tuttavia non azzera i problemi, ai quali comunque bisogna provvedere. La Camera è alle prese con gli oltre 250 emendamenti presentati alle proposte del governo sul Csm e sull’ordinamento giudiziario.

Il Csm ha approvato un parere molto critico sulle proposte del governo. Né il ponderoso fascicolo degli emendamenti, né l’altrettanto ponderoso parere del Csm (oltre 140 pagine) si preoccupano di costruire una magistratura adeguata alle attuali necessità.

Il modello risale alla prima metà del secolo scorso, quando l’economia era agricola, i partiti avevano milioni di iscritti, i corpi intermedi erano attivi, Chiesa e famiglia esercitavano un formidabile controllo sociale, la società era compatta, le leggi erano poche, generali e astratte, la magistratura, infine, gravitava alla periferia del sistema politico.

Nel mondo di oggi la società si è disintegrata, i partiti hanno perso l’antica autorevolezza, la magistratura fa parte del sistema di governo, i mestieri dei giudici, come ha recentemente osservato Vladimiro Zagrebelsky, sono radicalmente diversificati.

Servirebbe chiedersi: che tipo di magistrato, che tipo di governance delle magistrature, che tipo di professionalità, quale equilibrio tra indipendenza e responsabilità? Servirebbe sanare la contraddizione tra un diritto nel quale la giurisprudenza pesa più della legge, come nell’esperienza anglosassone, e una pratica giudiziaria da diritto libero, che scavalca la legge e ignora il valore del precedente.

Ma nel Palazzo dei Marescialli si pensa soprattutto alle vicine elezioni del nuovo Csm. I consiglieri non si avvedono della questione morale che squassa l’intera magistratura e discutono con l’orecchio attento al consenso dei magistrati elettori.

A Montecitorio la maggior parte delle proposte ha carattere punitivo, come se una parte del mondo politico intendesse consumare una vendetta nei confronti della magistratura. Al centro dello scontro, resta la proposta del sorteggio dei magistrati candidati alle elezioni del Csm, che è incostituzionale.

Se la proposta venisse approvata, è prevedibile che verrebbe richiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi ancor prima dell’applicazione della legge, come fu fatto per la riforma elettorale del governo Renzi. È altrettanto prevedibile che la Corte accolga l’eccezione. L’effetto sarebbe di eleggere il prossimo Csm con le attuali norme, che sono contestate da tutti; oppure approvare una nuova legge elettorale, senza il sorteggio. Significherebbe rinviare a domani o dopodomani quello che si deve fare oggi.

Tra i sostenitori di questo emendamento ci sono alcuni parlamentari di riconosciuta competenza che non possono ignorare l’incostituzionalità della norma. Inalberare pregiudiziali di questo tipo appare irragionevole, a meno che non si intenda impedire la riforma prima dei referendum o mettere comunque in difficoltà il governo o, ancora, produrre ulteriore confusione nella magistratura.

Non rasserena sapere che alle trattative ha partecipato un magistrato-deputato, che prima di entrare in Parlamento ha rivestito i panni, a volte apparsi non del tutto dismessi, di potente capocorrente, oggi sotto procedimento disciplinare davanti al Csm perché tra i protagonisti dell’affaire Palamara.

Magistratura e politica sono entrambe deboli; ma la politica ha l’occasione di esercitare la propria sovranità e porre le basi di una magistratura rinnovata. Non deve lasciarla sfuggire, perché potremmo precipitare verso soluzioni avventate, che aggraverebbero le condizioni della magistratura e si rovescerebbero sulla credibilità del Parlamento.