di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 13 dicembre 2024
Gli italiani tra i 16 e i 65 anni - secondo l’Ocse - sono drammaticamente sotto la media globale nella capacità di comprensione testuale, nella elaborazione matematica, nelle abilità cosiddette di “problem solving”. Gli ultimi dati Ocse, usciti martedì, rivelano che gli italiani tra i 16 e i 65 anni sono drammaticamente sotto la media globale nella capacità di comprensione testuale, nella elaborazione matematica, nelle abilità cosiddette di “problem solving”. Qualche giorno fa si è saputo che, secondo un’indagine dell’Aie (associazione editori), nell’ultimo anno i lettori sono diminuiti e sono diminuiti anche i libri venduti: solo gli under 24 resistono sui livelli di lettura dell’anno scorso. Numeri disastrosi che non dovrebbero preoccupare solo i noiosissimi ceti intellettuali.
Eppure, il grave calo delle conoscenze culturali, le lacune dell’istruzione scolastica e la diffusione (segnalata più di dieci anni fa da Tullio De Mauro) dell’analfabetismo di ritorno (o funzionale) non sono mai all’ordine del giorno della politica, né a destra né al centro né a sinistra, se non, ogni tanto, in termini di formazione finalizzata al lavoro. Sono lontani i tempi in cui la cultura e la conoscenza erano valori in sé e per sé; e chi ne fa cenno rischia di apparire un vecchio babbione umanista ancorato alla tradizione, un nostalgico dei tempi andati, uno snob da torre d’avorio, magari un radical chic incapace di capire i problemi urgenti: crescita, occupazione, sicurezza eccetera, altro che cultura! Che questo sia il sentimento diffuso, è dimostrato dal fatto che i politici italiani, specie quando sono in campagna elettorale, cioè sempre, di tutto parlano tranne che del bassissimo livello culturale della popolazione, ritenendolo un argomento che non scalda i cuori (cose-che-non-interessano-agli-italiani) e persino un po’ offensivo. Roba che non porta voti. E se










