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di Francesca Spasiano

Il Dubbio, 25 novembre 2024

“Il femminicidio non è solo un omicidio, ma un atto di violenza di genere che ha profonde radici culturali e sociali. Utilizzare il termine corretto ci permette di comprendere meglio la complessità del fenomeno e di adottare misure più efficaci per prevenirlo”. Parte dalle parole Lucia Secchi Tarugi, avvocata e coordinatrice della Commissione pari opportunità del Consiglio nazionale forense. Che quest’anno, insieme alla Fondazione dell’avvocatura italiana e il Dubbio, ha promosso il concorso di cortometraggi “NO aMORE - Oltre il tunnel” per lanciare un messaggio positivo in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Un anno fa il Paese era sotto choc per la morte di Giulia Cecchettin. E mentre si cercava di analizzare le ragioni di quanto è successo, risuonava forte lo slogan “mai più”. Ma dall’inizio di quest’anno, secondo i dati del ministero dell’Interno, si contano già 97 femminicidi. Nulla è cambiato?

Non voglio essere così pessimista, non credo che nulla sia cambiato. Ma per cambiare una cultura ci vuole tempo ed impegno costante. Mi piace pensare che un impegno a più livelli, dalla prevenzione della violenza di genere nelle scuole, nelle famiglie e nelle comunità ad una più efficace assistenza alle vittime, possa davvero cambiare la cultura. La strada è ancora lunga, ma è fondamentale non arrendersi e continuare ad impegnarsi per un futuro in cui ogni donna possa vivere libera dalla paura della violenza.

Anche le parole sono importanti, per riconoscere la violenza. Cosa distingue un femminicidio da un omicidio?

È vero, le parole sono importanti, perché sono strumenti per comprendere e definire la realtà ed è importante chiamare le cose con il loro nome, è un passo fondamentale. Utilizzare il termine “femminicidio” significa riconoscere la specificità di questi crimini e la loro radice nella violenza di genere. Il termine “femminicidio” non è solo una parola, ma un concetto che racchiude in sé una complessità di significati e implicazioni sociali. Mentre ogni omicidio è un atto tragico e violento, il femminicidio è un sottoinsieme specifico di omicidi che si caratterizza per il suo movente principale che è l’odio e la violenza contro le donne, proprio in quanto donne. Ed allora il femminicidio non è solo un atto individuale, ma un atto sociale che riproduce e rafforza disuguaglianze di genere e modelli culturali patriarcali. In sostanza, il femminicidio non è solo un omicidio, ma un atto di violenza di genere che ha profonde radici culturali e sociali. Utilizzare il termine corretto ci permette di comprendere meglio la complessità del fenomeno, di adottare misure più efficaci per prevenirlo e di costruire una società più equa e giusta per tutte le donne.

L’ultimo report dell’Istat ci conferma che è ancora l’ambito familiare, e in particolare quello della coppia, a registrare l’incidenza più alta di femminicidi...

Il dato fornito dall’Istat è allarmante e conferma una triste realtà: l’ambito familiare, in particolare quello della coppia, rimane il luogo più pericoloso per le donne. Questa statistica sottolinea l’importanza di analizzare più a fondo le dinamiche relazionali che sfociano in atti di violenza estrema e di mettere in atto strategie di prevenzione e contrasto sempre più efficaci.

Dagli stessi dati arriva invece un segnale incoraggiante: nei primi mesi del 2024 sono aumentate le richieste di aiuto delle donne al numero antiviolenza e stalking 1522, anche come effetto positivo di una migliore attività di comunicazione...

L’aumento delle richieste di aiuto è indubbiamente un segnale positivo. Significa che sempre più donne si sentono in grado di denunciare le violenze subite, superando la vergogna e la paura. Questo dato è effettivamente il frutto di una maggiore consapevolezza e di una migliore comunicazione intorno al tema della violenza di genere. La comunicazione, la formazione e la cultura svolgono un ruolo fondamentale nella lotta alla violenza di genere.

Proprio in questa direzione, quest’anno la Fai, con la Commissione pari opportunità del Cnf e il Dubbio, ha promosso un’iniziativa dedicata alla violenza di genere in occasione del 25 novembre. Ce la racconta?

Abbiamo promosso un concorso di cortometraggi dedicato alla lotta contro la violenza di genere, il festival “NO aMORE - Oltre il tunnel”. L’iniziativa è frutto di una riflessione su come poter aumentare la consapevolezza sul tema, attraverso un linguaggio accessibile e coinvolgente. Perché è importante promuovere campagne di sensibilizzazione per combattere gli stereotipi di genere e far comprendere l’importanza del rispetto reciproco. Il concorso ha avuto proprio questo obiettivo: trasmettere un messaggio di cambiamento attraverso l’utilizzo di un mezzo di comunicazione potente come l’immagine. Il linguaggio artistico è più inclusivo e meno giudicante e può raggiungere un pubblico più ampio rispetto a quello di convegni o seminari. Le storie raccontate attraverso un video di pochi minuti hanno un forte impatto emotivo e stimolano una riflessione profonda sulle cause e le conseguenze della violenza di genere, sfidando gli stereotipi e promuovendo modelli di relazione sani e rispettosi.

L’iniziativa è in relazione con quella promossa nel 2023...

Lo scorso anno abbiamo pensato a una installazione, un tunnel buio, che ricordava tutte le vittime di femminicidio del 2023. Quest’anno, con i corti, volevamo lanciare un messaggio: da quel tunnel si può uscire. I Comitati Pari Opportunità presso gli Ordini degli Avvocati pensarono alla creazione di un video. L’idea ci è piaciuta per la sua immediatezza, e abbiamo pensato che un concorso di corti potesse offrire anche l’occasione per creare una raccolta di immagini non stereotipate della violenza di genere, da utilizzare nelle varie attività di formazione nelle scuole che i CPO portano avanti con grande impegno.