di Sandro Marotta
La Stampa, 19 settembre 2025
La direttrice del Centro Disturbi dell’Asl: “La sua è una patologia che può scatenarne altre”. Il detenuto di 250 chili che da quasi un mese è in ospedale perché, in quanto obeso e diabetico, non riesce a trovare una cella adeguata in tutta Italia apre a una più ampia riflessione sul rapporto tra cibo, disturbi del comportamento alimentare e carcere. Secondo Anna Maria Pacilli, direttrice del Centro Disturbi del Comportamento alimentare dell’Asl Cn1, “il problema principale è che non si adatta il piano nutrizionale alle esigenze dei detenuti con patologie particolari, come l’obesità. La cosa più frequente è la riduzione di sale nel cibo di chi soffre di ipertensione, ma non basta, servono specialisti”.
I disturbi del comportamento alimentare possono peggiorare in carcere?
“La letteratura scientifica ci dice di sì. Prima bisogna precisare che l’obesità è una patologia organica, cioè che incide più sull’organismo rispetto alla mente; però è vero che ci sono dei quadri di obesità che dipendono da un DCA di binge eating (abbuffate o spiluccare di continuo). L’ambiente detentivo in sé agisce a livello psicologico, con stress o noia. Questo può portare o all’acquisto di molto cibo dall’esterno, esponendo a obesità, o alla privazione del cibo e quindi a un quadro anoressico. Anche gli scioperi della fame sono pericolosi, perché ci si abitua a ingerire poco cibo e alla lunga si rischiano quadri di anoressia”.
Cos’altro dicono gli studi?
“Per prima cosa gli studi sono pochi. La prima evidenza è che sono molto più frequenti i quadri di obesità nelle donne rispetto agli uomini. Questo perché gli apporti calorici dei piani nutrizionali che vengono forniti in carcere sono tarati sui maschi e non sulle femmine. Secondo uno studio multicentrico realizzato qualche anno fa in Toscana, il 35% dei detenuti maschi è in sovrappeso e il 13% è obeso, tra le donne invece le percentuali sono maggiori: c’è un 50% circa di sovrappeso e il 15% di obesità. Sono situazioni da tenere d’occhio, l’obesità favorisce patologie respiratorie e cardiovascolari”.
I minori sono più a rischio?
“L’età più a rischio per l’insorgenza di un DCA è tra i 15 e i 25 anni. I ragazzi hanno meno competenza alimentare degli adulti ed è probabile che in carcere inizino a ingurgitare cibo spazzatura senza freno. Per di più un’obesità sviluppata da giovani è molto più difficile da curare con il tempo”.
Qual è l’elemento che servirebbe cambiare nella nutrizione in carcere?
“La monotonia. Ci sono solo due menu, uno estivo e uno invernale, spesso ripetitivi. Questo porta i detenuti ad acquistare snack e merendine, che sono ipercalorici e non sani. Variare i cibi e averne di nuovi è cruciale per una relazione con il cibo”.
Altre soluzioni?
“Si potrebbero sperimentare dei momenti di condivisione del pasto con le altre persone, ora invece i reclusi mangiano in cella”.
A Cuneo è stato organizzato “art. 27 Expo”, evento dedicato al lavoro dentro e fuori dal carcere. Avere un’occupazione può avere un impatto sulla salute mentale?
“Certo, rappresenta uno stimolo maggiore rispetto alla monotonia della detenzione. Sarebbe ottimo un orario che preveda la possibilità di pranzare fuori”.











