di Elisa Sola
La Stampa, 19 settembre 2024
Per il gip che indaga sulle violenze sarebbe stato impiegato “uno strumento con impulsi elettrici non in dotazione al personale penitenziario”. La “pistola luce” non l’ha mai vista bene nessuno durante i pestaggi. Perché più che vedersi, si sente. Ma se la chiamano così, i detenuti che sarebbero stati vittime delle sue scariche, forse c’è un motivo. Dicono: “Dà una scossa elettrica fortissima”. Il 27 dicembre 2021, alle ore 14, Zakaria, uno dei dieci uomini reclusi nel carcere di Cuneo che hanno sporto denuncia per le presunte torture subite da alcuni dei 33 agenti indagati, al medico penitenziario ha detto: “Non so dire esattamente cosa sia. Ho avuto la sensazione che fosse come una scossa elettrica. Dopo la scossa ho iniziato a tremare. Non ho visto bene quella pistola luce. Ma le scosse erano strane”.
Cos’è la pistola luce? Per la procura di Cuneo, che continua a indagare sulle presunte violenze commesse dal 2021, non ci sarebbero dubbi. È il taser. E lo storditore elettrico sarebbe stato usato durante i pestaggi più brutali. Con alcuni accorgimenti. Solo quando il detenuto era solo, così eventuali compagni di cella non avrebbero potuto testimoniarne l’esistenza. E quando la vittima era nuda e girata di schiena. Di modo che nemmeno potesse vedere bene cosa fosse quella luce. Esiste un problema ulteriore però, adesso, che aggraverebbe il quadro delle botte date con i guanti neri e i passamontagna. L’uso del taser non è consentito dai poliziotti penitenziari. Il taser è un’arma. Ma non può essere nemmeno portata dentro una prigione.
Eppure a Cuneo, secondo gli investigatori del Nucleo investigativo regionale della polizia penitenziaria, che svolge l’indagine su ordine del procuratore Onelio Dodero, le scosse elettriche sarebbero state uno degli strumenti di tortura. La gip Daniela Rita Tornesi, che ha ordinato nei giorni scorsi la sospensione dal servizio per dodici e dieci mesi nei confronti di due dei 33 indagati, difesi dagli avvocati Antonio Mencobello e Leonardo Roberi, considera il tema degno di “approfondimenti investigativi”. Scrive che gli indizi gravi di colpevolezza in ordine all’uso dello storditore non sarebbero per ora sufficienti. Ma riporta integralmente un’intercettazione. È il 3 agosto 2023. L’ispettore e l’assistente capo poi sospesi dal servizio chiacchierano senza sapere di essere intercettati. Un terzo li ascolta. Discutono se dividere o meno alcuni detenuti, compagni di cella. Ci sono “abbinamenti” che non vanno bene perché “si spalleggiano”. Uno dei due fa i nomi delle persone “di più difficile gestione”. E dice: “C. è un’altra mina vagante, e basta. E poi, arriverà la scossa finale”. La scossa finale. Lo dice chiaro. Tutti sorridono. L’agente che finora ha solo ascoltato afferma: “È previsto”. Uno dei due agenti poi sospesi gli fa eco: “In c…. già è regola, già è regola”. L’ascoltatore ribadisce: “È previsto”. E il secondo poliziotto indagato conclude: “È ammesso a nome di tutti. È ammesso a nome di tutti”.
È il taser, a essere ammesso a nome di tutti anche se è proibito? Per la gip è possibile. Perché scrive nell’ordinanza: “Tale conversazione parrebbe alludere all’uso di uno strumento con impulsi elettrici, anche se si tratta di uno strumento attualmente non in dotazione del personale di polizia penitenziaria”. Il giallo del Taser è formalmente aperto. La procura continua a cercare prove. E se ne troverà altre, anche la denuncia di Zakaria diventerà più che un indizio.
Ricorda: “Nel casellario ero nudo. Loro in cinque. Un agente mi ha messo il braccio al collo. Mi hanno pestato con i piedi sulla schiena. Tante volte tutti e cinque mi hanno calpestato con i piedi sulla schiena. Il dolore era così forte che pensavo che si fosse rotta. Ero con la faccia a terra. Ho sentito come una forte scossa, altro non posso dire perché non riuscivo a distinguere se ero stato colpito da una persona o da un oggetto. Era una scossa elettrica fortissima. Quel giorno sono stato visitato da un medico che mi ha prescritto delle punture. Ho avuto male per 15 giorni. Non volevo fare denuncia perché ho paura. È stata la direttrice del carcere a spronarmi a farla”. Forse, la verità sulla pistola luce è vicina.









