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di Elisa Sola

La Stampa, 4 dicembre 2024

Fra gli indagati c’è anche un medico. C’erano cinque agenti “liberi dal servizio”. Più altri sei poliziotti “liberi dal servizio e in abiti civili”, a commettere la “spedizione punitiva”, la notte tra il 20 e il 21 giugno 2023, nella cella 417 del carcere di Cuneo. La ricordano tutti come “la notte della mattanza”. O “dei pachistani”. Almeno 5 detenuti vennero massacrati con calci e pugni. Lasciati nudi. Non curati. E mandati in isolamento. Senza acqua, senza cibo. Senza coperte. Per terra, scalzi e piangenti. Una “perquisizione illegittima, non programmata né prevista e in assenza dei presupposti per essere qualificata come straordinaria”, c’è scritto nell’atto di chiusura indagini che la Procura ha notificato ai 35 indagati.

Il reato di torture, il primo a essere ipotizzato dagli agenti del Nucleo investigativo regionale della polizia penitenziaria, che ha svolto le indagini dal 2022 ad oggi, è stato confermato. Nei confronti di quasi tutti i poliziotti indagati. Non solo. Anche il medico di guardia che quella notte avrebbe fatto finta di niente, è indagato: per falso, omessa denuncia e favoreggiamento.

Così come la comandante della polizia penitenziaria. Secondo gli inquirenti, avrebbe ritardato le indagini perché, il giorno dopo la mattanza, non avrebbe avvisato tempestivamente il suo superiore, il direttore. Lo avrebbe fatto il 30 giugno inviandogli una relazione su WhatsApp. Froio, così era emerso dagli atti, si era sempre difesa sostenendo di non essere a conoscenza di alcuna perquisizione in atto quella sera. Da oggi, avrà venti giorni di tempo, come gli altri indagati, per farsi interrogare dall’autorità giudiziaria e spiegare la propria presunta innocenza.

L’accusa della Procura è chiara, riguardo alla notte del pestaggio: “Ometteva di richiedere al direttore l’autorizzazione all’uso della forza e allo spostamento di cella e di riferire immediatamente a lui l’avvenuto uso della forza, impedendogli di disporre senza indugio accertamenti sanitari e di procedere alle indagini del caso”.

Riguardo al presunto favoreggiamento, la comandante, che il giorno dopo il pestaggio si era messa in congedo, avrebbe evitato di riferire l’accaduto, durante il passaggio di consegne al commissario che la avrebbe sostituita, non dicendogli nulla della perquisizione. “Soltanto il 30 giugno - mette nero su bianco la Procura - scriveva su Whatsapp al direttore una relazione sulla perquisizione programmata nella cella e sullo spostamento forzato dei detenuti”. La comandante si è sempre professata presunta innocente. E lo sarà fino a sentenza definitiva.

Come gli altri indagati, che hanno posizioni più pesanti di lei. La Procura contesta a molti di loro - tra cui i due poliziotti colpiti dalla misura della sospensione temporanea del servizio, l’ispettore (difeso dall’avvocato Antonio Mencobello) e l’assistente capo Rosario Rossi (assistito da Lonardo Roberi) - il reato di tortura. Chi partecipò al pestaggio del 20 giugno agì “con crudeltà”, scrivono gli inquirenti, “con più condotte costituenti violenze e minacce gravi, comportando altresì un trattamento inumano e degradante per la persona”.

E mentre gli oltre dieci poliziotti li picchiavano, dicevano: “Parla adesso, pachistano”. E ancora, su in infermeria: “Tu non mi conosci”. Gli stessi agenti avrebbero impedito al medico di visitarli prima dell’isolamento forzato. Le botte sono proseguite anche qui. Parlano i referti del giorno dopo: “Plurimi traumi contusivi al capo, al volto, al rachide cervicale, agli arti superiori, all’emicostato, al dorso, alle cosce, agli arti inferiori”. Tutti “traumi da verosimili percosse”.

I lividi, i tagli e le escoriazioni rimasti sui corpi dei detenuti parlano, secondo chi indaga. E smentiscono le presunte menzogne del medico e dei tre agenti che scrissero una versione diversa e considerata inverosimile dei fatti, che è costata loro l’iscrizione sul registro degli indagati per il reato di falso. Viviani, che risponde anche di questo reato, secondo l’accusa avrebbe scritto, nella relazione di servizio sulla notte del 20 giugno 2023, che “gli agenti entravano nella cella per porre fine alla manifestazione prima che potesse degenerare”. Ma secondo la Procura guidata da Onelio Dodero, non ci sarebbe stata alcuna manifestazione in quel momento.

Il medico indagato, dopo avere visto i detenuti sbattuti a terra, contro il muro, atterrati di volto sul pavimento con la suola dello stivale, aveva scritto: “Tutti sono stati sottoposti a visita medica prima dell’isolamento. Si sono presentati a colloquio collaboranti e disponibili. Buone condizioni generali. Nulla di acuto in atto. Possono sostenere il regime di detenzione in isolamento”. Le prognosi sono state anche di 15 giorni. Le telecamere hanno inquadrato uomini a terra mentre piangevano. Uno in mutande. C’era anche chi, dal male, non riusciva a camminare e veniva trascinato di peso per le scale.