di Elisa Sola
La Repubblica, 22 dicembre 2023
“Pensavamo che fosse tutto risolto quando hanno portato via dalla cella il compagno che stava male. Stavamo per andare a dormire. Dopo 15 minuti sono arrivati in 25. L’ispettore ha aperto senza bussare. Ha detto: “Buonasera”. Hanno picchiato prima quelli che erano di fronte alla porta. Poi gli altri. Ci picchiavano come animali. Uno, mentre lo faceva, diceva: Guardami negli occhi”. Comunque andrà l’indagine e in qualunque modo finirà il processo, i racconti dei detenuti che avrebbero subito le presunte torture nel carcere di Cuneo sono un pugno nello stomaco. Centotrenta pagine di verbali. Parole cristallizzate con l’incidente probatorio, perché potrebbero passare mesi prima di arrivare davanti a un tribunale.
E i detenuti che hanno denunciato di avere subito violenze potrebbero, nel frattempo, dimenticare i dettagli di una notte - quella del 20 giugno scorso - che sembra un film diviso in sequenze. Prima il pestaggio nella cella 416, che prosegue sulle scale. Dopo la scena dell’infermeria, dove nessuno sarebbe stato curato, ma le violenze sarebbero continuate. Infine, l’isolamento. La parte finale. Con i detenuti chiusi per ore dentro a “una cella liscia”, senza acqua né cibo. Feriti, pieni di lividi. In mutande e ciabatte. In lacrime senza lenzuola, stipati in tre su un materasso.
I carcerati sentiti come testimoni nei giorni scorsi davanti al gip hanno risposto alle domande del pm Mario Pesucci (era presente anche il procuratore Onelio Dodero) e dei legali degli agenti della polizia penitenziaria indagati, per ora 27. La procura non indaga solo sulla notte del 20 giugno ma su una serie di altri episodi, che nel complesso costituirebbero il reato di tortura. Lo stesso contestato dalle procure di Ivrea, Biella e Torino. “È ancora tutto da accertare e dimensionare, nella portata effettiva di quello che è stato denunciato”, ricorda l’avvocato Alessandro Ferrero, difensore di due poliziotti di Cuneo. E aggiunge: “Siamo in una fase iniziale, l’indagine è aperta. La cautela è la guida principale che deve ispirare il lavoro di tutti. I miei assistiti si dichiarano del tutto estranei ai fatti contestati”.
Sono le 21.30 del 20 giugno quando nel corridoio della cella numero 416 inizia una protesta. I detenuti sbattono cucchiaini e caffettiere contro le sbarre. Fanno rumore perché uno di loro sta male da due giorni ma nessuno lo visita. Ha raccontato, davanti alla giudice, un testimone: “È arrivato un poliziotto e ha detto: “Che problemi avete? Continuate pure a fare rumore, tanto non arriva nessuno a visitarlo”. Dopo dieci minuti un agente lo ha portato via. È passato ancora del tempo. Sono entrate 20, 25 guardie e hanno iniziato a picchiare. Alcuni avevano l’uniforme, altri no. Uno aveva i guanti neri. Un altro gli occhiali da sole”.
Ha detto un altro carcerato: “Hanno continuato a picchiare anche fuori dalla cella. Per le scale hanno schiantato la testa di uno contro il muro. Nell’infermeria ci hanno presi a calci e pugni. Un poliziotto ci picchiava con la sedia, ma un altro lo ha fermato. Dicevano: “Adesso parla italiano, che sai parlare, lo so che parli l’italiano”. Le vittime sono immigrate. “Pakistani di m...”, si sarebbero sentite dire. A un altro carcerato, un poliziotto avrebbe detto: “Se domani non ti tagli barba e baffi ti pesto di nuovo”.
Le violenze di gruppo, così le descrivono i testi, sarebbero proseguite anche all’interno dell’infermeria. “Dopo che i poliziotti hanno finito di picchiarci hanno chiesto a chi era per terra se stava bene. Anche il medico lo ha domandato. Eravamo tutti impauriti, abbiamo detto di sì. Poi ci hanno portati via in una stanza, in isolamento. Abbiamo passato tutta la notte senza acqua e cibo. Ci hanno liberati verso le quattro di sera del giorno dopo. Per due o tre giorni non ci hanno fatti cambiare. C’è chi è andato al pronto soccorso solo al quarto giorno, dopo avere visto l’avvocato”.
Molti non hanno nemmeno provato a chiedere aiuto. “Non ho chiesto di essere visitato perché avevo paura che mi avrebbero picchiato di nuovo”, è la testimonianza di un altro detenuto, che ricorda: “C’era anche chi guardava e non picchiava. Una guardia ai suoi colleghi diceva: Voi fate quello che volete. Io non so niente”. Sarebbe stato lo stesso agente che nel dare il via ai pestaggi avrebbe detto “buonasera”, a stabilirne la fine. “Eravamo in fila, seduti a terra, fuori dall’infermeria. Dopo che hanno picchiato, dentro, l’ultimo di noi, il poliziotto ha detto: “Ragazzi, adesso basta”. E a noi: “Alzatevi”. Volevo dire al medico che avevo male dappertutto. Ma la guardia ha detto: “No, sei a posto”. Sono uscito perché avevo paura. In isolamento ero in mutande e piangevo. Non c’era acqua nemmeno nello sciaquone del water. La mattina dopo è arrivata una guardia che ci ha detto: “Buongiorno ragazzi, adesso state bene?”.










