di Elisa Sola
La Stampa, 18 settembre 2024
I verbali dei detenuti nell’inchiesta che già conta 33 indagati. Gli agenti intercettati: “Quella notte li hanno portati tutti giù e bum bum bum”. “Era il mese del Ramadan. Io stavo facendo digiuno, gli altri no. Ho chiesto di essere trasferito in un’altra cella. Nel casellario mi hanno fatto spogliare. Quando ero nudo mi hanno colpito con un oggetto di metallo che mi hanno passato per tutto il corpo. Uno mi insultava in dialetto napoletano. Minacciava di morte mia madre. Diceva che mi avrebbe ucciso, se fosse successo un’altra volta. Ma io avevo solo chiesto di potere andare in una cella diversa per fare il Ramadan”.
Carcere di Cuneo, 5 aprile 2022. Zakaria è uno dei dieci detenuti puniti per avere osato chiedere qualcosa. Nel suo caso, di pregare in pace. Quel giorno erano in cinque. “Una guardia colpiva e le altre guardavano. Non so dire con cosa mi hanno picchiato. Ho sentito una scossa elettrica. Ma non ho visto bene quella cosa. Io la chiamo la pistola luce. Fa una scossa strana”. Non era la prima volta che i poliziotti infliggevano a Zakaria il trattamento del taser. Era già successo il 27 dicembre 2021. Anche quella volta era nudo. Solo che, il 5 aprile, qualcuno ci ha preso troppo la mano, col taser. Perché Zakaria, scrive il medico legale, è svenuto nella cella di isolamento. Troppe scosse. O troppo forti. “Ha riportato una ferita di otto centimetri, necessario il ricovero urgente in ospedale con prognosi di 30 giorni”, ha scritto il medico legale. Zakaria non ha più pregato nel carcere di Cuneo. Quando è finito il Ramadan non era ancora stato dimesso.
La lista può allungarsi - Non è l’unico. Ma uno dei dieci detenuti che a Cuneo hanno, secondo la procura, subito torture. La lista potrebbe allungarsi. Il reato è stato riconosciuto anche dal gip di Cuneo, che nei giorni scorsi, accogliendo alcune delle richieste del procuratore Onelio Dodero, ha ordinato la misura della sospensione dal servizio - per dodici mesi e dieci mesi - nei confronti di due indagati, l’assistente capo R.R., difeso dall’avvocato Leonardo Roberi e l’ispettore G.V., assistito dal legale Antonio Mencobello. Gli indagati non sono solo due. Ma trentatré. Potrebbero aumentare. L’inchiesta è ancora aperta. “Mentre mi colpivano con la scossa gli altri agenti ridevano. Credo fossero ubriachi. Sentivo un forte odore di alcol. Per noi è risaputo che bevano. Un mio amico che fa le pulizie toglie sempre le lattine di birra e le bottiglie di vino in sala video”, denuncia Zakaria.
Gli agenti indagati, scrive la gip, “hanno agito con crudeltà cagionando violenze fisiche e psicologiche”. Non c’era pietà nemmeno per le persone disabili nell’ennesimo carcere piemontese - dopo quelli di Torino, Ivrea, e Biella - finito nel mirino degli inquirenti per presunte torture. C’è un verbale del novembre 2021 dove viene descritta una scena che rende l’idea della “crudeltà”. “Un detenuto disabile con protesi a entrambi gli arti inferiori, dopo una notte in isolamento, viene trascinato giù lungo il corridoio”. I poliziotti, per riportarlo in cella, lo fanno strisciare per terra. “Ci trattavano come animali”, dicono le vittime.
Un mese prima un altro detenuto, dopo una discussione con i compagni nel campo di calcio, viene picchiato mentre viene portato in isolamento. Ed è così disperato che si taglia le braccia davanti a tutti. Anche lui finisce in ospedale. Non c’era un motivo preciso per essere picchiati. “Io ti rompo il culo. Devi comportarti come si deve. Se ti comporti come si deve, vieni trattato come si deve”. È una delle frasi degli agenti riportate nell’ordinanza di centocinquanta pagine. Un terzo di queste raccontano quella che ormai, per le vittime, è diventata nota come “la notte della mattanza”. Una Diaz del carcere. Tra il 20 e il 21 giugno 2023 nelle celle 416 e 417 cinque detenuti pakistani subiscono un agguato da venti agenti liberi dal servizio e senza divisa. Una perquisizione “illegale e illecita”, scrive la giudice, ideata per “fare capire chi comanda”.
“È entrato un poliziotto che noi chiamiamo il brasiliano - ricorda una vittima - e ha detto una sola parola. Buonasera. Noi stavamo andando a dormire. Le luci erano spente. Avevano guanti neri e passamontagna. Ci hanno picchiati in silenzio. Trascinati in infermeria. E qui di nuovo colpiti con calci in faccia, pugni, testate contro il muro. Il medico se ne è andato. Ci gridavano: Pakistani di merda”. Sono stati derisi perché “stranieri”.
E puniti, questa la tesi dei pm, perché poche ore prima avevano osato protestare perché uno di loro, che aveva un forte dolore alla gamba, non era stato visitato. Il pestaggio è durato dodici ore. Dalle celle all’infermeria. E da qui alla stanza dell’isolamento. “Eravamo per terra, in mutande, senza materassi, senza lenzuola, senza acqua e senza cibo. Uno di noi ha pianto tutta la notte”. La direttrice del carcere, sentita in procura come teste, ha confermato: “Non ho mai autorizzato alcuna perquisizione né alcun trattamento dell’isolamento quella notte”.
Complimenti a vicenda - “Ci hanno detto che dovevamo renderci conto di quello che potevamo fare oppure no”, ricorda un detenuto. “E a me e a un altro di tagliarci i baffi e i capelli. Se non lo avessimo fatto, avremmo ricevuto un’altra razione di botte”. La notte della mattanza per gli agenti indagati ha fatto storia. Traditi dalle intercettazioni, si dicono, il 3 luglio 2023: “Perché quello ha la mano rotta? Ah ho capito quando è successo: durante la fila indiana”. In un altro dialogo si complimentano a vicenda: “Robi mi ha detto, per fortuna che è arrivata gente valida, se no una cosa del genere magari non sarebbe riuscita così”. Un altro poliziotto, il 4 ottobre 2023, si lascia scappare una confidenza: “Li hanno portati tutti giù. Bum, bum. Bum”.










