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di Donatella Signetti

La Stampa, 30 aprile 2026

Il laboratorio “Liberamente”, tenuto in sei incontri nel carcere di Cuneo da due docenti e una psicologa, ha coinvolto una ventina di detenuti con risultati sorprendenti e momenti di forte commozione condivisa. Cosa significa sentirsi liberi in carcere? Per una ventina di persone detenute, la risposta è passata dalla scrittura: sei incontri, parole condivise, silenzi attraversati insieme. Un tempo sospeso in cui la voce, ritrovata, ha aperto uno spazio inatteso di libertà. Non era scontato. In carcere le emozioni spesso si contraggono, si riducono al minimo indispensabile: è una forma di difesa, una strategia di sopravvivenza.

Anche per questo, quando è stato proposto Liberamente, un laboratorio di scrittura emozionale, le aspettative erano caute. I corsi proposti di consueto sono professionalizzanti e coinvolgono quattro o cinque persone alla volta. L’idea che un gruppo così ampio potesse lasciarsi coinvolgere ed esporsi davvero sembrava improbabile. E invece, fin dal primo incontro, qualcosa si è mosso.

Un progetto sostenuto dalla Fondazione Specchio dei tempi - Il progetto, promosso da Bottega di Storie e di Parole - associazione attiva sul territorio di Cuneo dal 2012 nella proposta di percorsi di scrittura espressiva e creativa - è stato condotto da due docenti di scrittura, Alessandra Toce e la sottoscritta, con una psicologa, Anna Meineri. In sei incontri abbiamo intrecciato pratiche di autoascolto, ispirate allo yoga e alla meditazione, con esercizi di scrittura emozionale. Testi poetici antichi e moderni, immagini, canzoni di cantautori, riscritture: strumenti diversi per aprire accessi molteplici all’esperienza interiore. “Fin dall’inizio abbiamo condiviso un presupposto indispensabile: non esiste un modo giusto o sbagliato di scrivere di sé - spiega Alessandra Toce -. Esiste, piuttosto, un modo vero. Quello che, in quel momento, ciascuno percepisce come corrispondente e autentico. Non si trattava semplicemente di scrivere, ma di creare uno spazio protetto in cui poter sentire, nominare, riconoscere. Gli esercizi proposti, pur nella loro semplicità, erano profondi: scritture a partire da ricordi sensoriali, lettere mai inviate, dialoghi interiori, frammenti di vita restituiti attraverso immagini e parole. In sottofondo, note di musica classica accompagnate da un ascolto attivo e silenzioso”. Prosegue Anna Meineri: “A questi momenti si affiancavano brevi pratiche di centratura, volte a riportare l’attenzione al corpo e al respiro, per facilitare un contatto autentico e non giudicante con ciò che emergeva”.

Quello che è accaduto ha superato le attese. Non solo la partecipazione è stata costante, ma il gruppo, eterogeneo per età e percorsi di detenzione, si è messo in gioco con intensità, attraversando momenti di forte commozione. In alcuni casi, gli esercizi hanno aperto spazi di vulnerabilità che raramente trovano cittadinanza in un contesto carcerario: c’è chi ha pianto leggendo il proprio testo, chi ha trovato per la prima volta parole per raccontare una ferita, chi ha ascoltato gli altri con un’attenzione e un rispetto profondi. Fondamentale è stato il clima che abbiamo avvertito sin dal primo incontro: si è costruito progressivamente uno spazio di sostegno reciproco, privo di barriere, in cui ogni condivisione veniva accolta. Questo ha reso possibile ciò che all’inizio sembrava improbabile: non solo l’espressione individuale, ma una vera esperienza collettiva. Fra i partecipanti c’erano anche dei giovani: alcuni di loro componevano testi rap di ispirazione autobiografica. Sono emersi memorie familiari, mancanze, desideri.

Ma soprattutto è cresciuta, incontro dopo incontro, la capacità di entrare in contatto con sé stessi e di nominare le emozioni. Spesso, al momento della lettura ad alta voce, ci chiedevano di farlo al posto loro. Per trattenere la commozione, ma anche per ascoltare le proprie parole da una distanza nuova. Una volta, leggendo un testo, la voce si è fatta più lenta: “Il tempo qui dentro è lungo. Ho imparato a tacere. Ho imparato l’umiltà”. Chi aveva scritto restava in silenzio, gli occhi bassi. Nessuno interrompeva. Poi, alla fine, dal gruppo arrivavano gesti e poche parole, ma precise: di riconoscimento e rispetto.

Diversi hanno accennato al proprio percorso di vita fuori, caratterizzato da una violenza pervasiva a partire dall’infanzia, del desiderio di diventare una persona diversa, della volontà di riparare alle delusioni inflitte ai propri cari. Per molti, la famiglia è rimasta l’unico punto fermo, che non li ha abbandonati. C’è stato anche chi ha provato a costruire una propria visione originale del mondo, chiamandola “Posiderio”: non solo un neologismo, ma proprio una filosofia personale, centrata sulla forza del desiderio e sulla necessità di coltivarlo, anche nelle condizioni più difficili. Un elemento che i detenuti stessi hanno sottolineato con gratitudine è stato il fatto che non venisse mai chiesto loro perché si trovassero lì. L’attenzione era rivolta esclusivamente alla persona - non alla sua storia giudiziaria - alle emozioni, ai vissuti, alla possibilità di esprimersi nel presente, alla ricerca delle parole per farlo.

Un tempo diverso in uno spazio altro - Anche il contesto ha avuto un ruolo importante. Il laboratorio si è svolto nel polo scolastico del carcere di Cuneo: uno spazio separato, fatto di aule decorate, non impersonali. Era significativo vederli arrivare volentieri, scegliere di rinunciare alla pausa sigaretta, rimandare una partita di calcetto, per continuare a confrontarsi sui testi, a discutere, a sostare dentro quel tempo diverso. Nell’ultimo incontro il lavoro si è concentrato sull’attivazione delle risorse. Alla domanda “che forma ha, oggi, la vostra vita?”, qualcuno ha risposto pensando a una linea spezzata. Da lì abbiamo introdotto un’altra immagine: quella del cerchio. Un tempo non lineare, ma ciclico, capace di includere caduta e trasformazione, perdita e rinascita. Su questa idea si sono innestati esercizi che hanno prodotto esiti sorprendenti: nuove narrazioni, nuove possibilità di pensarsi.

“Per il tempo del laboratorio ci siamo sentiti liberi e abbiamo assaporato istanti di bellezza”, ha scritto uno dei partecipanti. L’ultimo incontro si è chiuso con la consegna dei diplomi e di alcuni piccoli gadget, segni concreti di un percorso condiviso. In quel momento è emersa anche una scelta che ha colpito tutti: uno dei più giovani ha deciso di rinunciare alla richiesta di uscita anticipata per portare a termine il triennio della scuola alberghiera. Restare per finire di studiare. Scegliere il tempo lungo di una formazione. Una decisione che parla di futuro, e soprattutto di voglia di un futuro diverso. Gli stessi referenti dell’area educativa del carcere, Gaetano Pessolano e Titti Tretola, hanno parlato di “successo dell’iniziativa, non solo per la partecipazione, ma per la serietà della conduzione, per la qualità del coinvolgimento e per ciò che si è attivato nel gruppo”.

Se scrivere ripara - La scrittura, in questo contesto, ha mostrato tutta la sua forza. Non solo come strumento espressivo, ma come pratica trasformativa. Scrivere significa dare forma, costruire senso, includere anche le fratture in una narrazione possibile. Può diventare un gesto di riparazione. Offrire nelle carceri spazi di questo tipo non è un lusso, ma una necessità. La possibilità di ritrovare la propria voce autentica, sotto le stratificazioni delle esperienze di vita, è una forma di libertà. Dopo sei incontri, quello che resta non è solo il ricordo di un laboratorio riuscito. Resta la traccia di un’esperienza antropologica ed esistenziale intensa. E una conferma: la scrittura, gesto antico e profondamente umano, se utilizzata con rispetto e competenza, può ricondurre le persone a sé stesse. E, a volte, riaprire possibilità che sembravano chiuse.